
Degrowth. Risvegliare il senso di stupore (attraverso la natura).
Intervista a Carl Boutard di Serena De Dominicis
Da sempre concentrato sul rapporto tra uomo e natura, Carl Boutard (Kiruna, Svezia 1975) procede immergendosi nell’ambiente naturale, adottando una pratica di attraversamento quotidiana, per trarre frammenti e piccoli oggetti – semi, ramoscelli, foglie – da rielaborare in seguito nelle sue sculture con grande attenzione per forme e materiali. Gli elementi selezionati e raccolti vengono, infatti, ricombinati tra loro esaltando le marginalità, le sottigliezze, e poi tradotti in bronzo per creare configurazioni nuove e inaspettate, realtà diverse anche giocate sugli scarti di scala e dimensione, allo scopo di richiamare l’attenzione sulla bellezza nascosta nei dettagli della natura.
L’artista svedese ha recentemente esposto alla Cecilia Hillstrom Gallery di Stoccolma una serie di nuovi lavori esplicitamente ispirati al pensiero decrescente, sollecitato non solo dal vissuto collettivo della contingenza storica, ma da uno stato d’animo individuale.
Il suo è un lavoro “tradizionale” fatto di studio e manualità, lontano da certa dematerializzazione di derivazione concettuale. In mostra, le sculture in bronzo modellate come foglie accartocciate e i disegni a pastello, ispirati anch’essi alle forme della natura, si offrono quali metafore della fase avanzata del ciclo vitale, immortalano il momento di contrazione e trasformazione delle cose cui nulla può sottrarsi, neppure una organizzazione sociale… Boutard restituisce così la spinta della decrescita verso il ridimensionamento dei consumi e la condivisione delle risorse; si interroga sulla ossessione della crescita in generale e sulle sue conseguenze sia a livello collettivo sia individuale. Solleva, infine, quesiti spinosi sulla difficoltà di superare le contraddizioni e trovare un equilibrio tra libertà dell’arte e impegno ambientalista, ben conscio della complessa sfida implicita nella relazione tra arte e pensiero decrescente, e più in generale nella prospettiva ambiziosa di “fondere interamente vita, arte e decrescita”.
SDD Il rapporto tra uomo e natura è sempre stato al centro dell’attenzione nella tua opera, quando e come emerge il tuo interesse per la proposta della Decrescita?
CB Per molto tempo ho trovato illogico il fatto che la crescita economica sia considerata un obiettivo fondamentale della società quando la produzione e il consumo, per quanto ne so, sono ciò che sta lentamente ma inesorabilmente esaurendo le nostre risorse e creando squilibri su scala globale. Nell’autunno del 2023, nella biblioteca dell’Iceland University of the Arts, mi sono imbattuto nel libro “The future is Degrowth” ed è stato allora che il mio interesse per la proposta della decrescita ha iniziato a svilupparsi in modo più profondo.
SDD Raccontaci qualcosa della mostra Degrowth alla Cecilia Hillstrom Gallery di Stoccolma…
CB È una mostra di sculture e disegni nella mia galleria di Stoccolma, la città in cui sono cresciuto. Ci sono due o forse tre filoni principali nella mostra che, attraverso le logiche e le metafore che ne emergono, affrontano il tema della decrescita.
Da un lato ci sono due sculture in bronzo intitolate Degrowth n. 1 e Degrowth n. 2, che raffigurano foglie secche e contratte. Sono una metafora del passaggio da uno stato in cui il nutrimento è abbondante a uno in cui non lo è, una fase di trasformazione che si verifica quando una foglia si stacca dall’albero su cui cresce. In questo caso mi interessa la forma tridimensionale e resiliente che la foglia acquisisce quando si contrae, e metto in relazione questa contrazione con un cambiamento che forse potrebbe avvenire a livello sociale, in un contesto più ampio.
Se ci allontaniamo da una dipendenza sconsiderata dalle sostanze nutritive fornite dalla natura, le nostre vite si contrarranno, ma allo stesso tempo cambieranno forma e diventeranno più tridimensionali, in contrasto con la forma piuttosto piatta che una foglia ha quando è connessa e alimentata dall’albero. In questo caso vedo l’albero in modo forse un po’ anticonvenzionale, non come simbolo della natura ma della società contemporanea: le sue radici, il fusto e i rami rappresentano una sovrastruttura lineare, organizzata gerarchicamente, che sfrutta il terreno sottostante.
Il secondo filone della mostra riguarda una serie di immagini intitolate New Life New Goals (2024, pastelli secchi su carta) e una scultura intitolata Pool, in cui ho memorizzato punti di vista e parti di una piscina comunale a Reykjavik (Islanda), dove vivo ora. Di recente mi sono separato e ho trovato sollievo nuotando in questa piscina. Muovermi sotto il pelo dell’acqua è diventato per me paradigmatico della mia situazione attuale: immerso in una massa tangibile ma invisibile che offre resistenza e sfida. Nell’ampio spazio della piscina, muovendomi avanti e indietro tra le croci (le linee guida sul fondo della vasca ndr.) alle estremità corte di ogni corsia, ho acquisito resilienza e accettato le nuove circostanze della vita. Poiché in Islanda molte piscine sono all’aperto, c’è sempre qualche foglia che levita o si posa sul fondo della vasca. Mi sono fortemente identificato con quelle foglie, accartocciate, scollegate e fluttuanti nello spazio libero. Mi interessava anche che questo nuovo stato, povero e scarso com’era, diventasse meditativo e rafforzativo. Sono arrivato a pensare che fosse una metafora del processo di decrescita come potrebbe essere realizzato a livello sociale, ovvero come un “divorzio impegnativo” con lati positivi e negativi.
SDD Vorrei che mi parlassi dell’opera Mo(der)nism, 2019. L’eredità del Modernismo e la natura illusoria degli ideali modernisti, come l’utopia della crescita illimitata, sono ancora molto vivi. Come ti rapporti a questa eredità?
CB Mo(der)nism è un’opera d’arte pubblica permanente in tre parti, realizzata in lamiera verniciata. È situata all’ingresso di un centro sportivo e balneare in uno dei sobborghi sparsi lungo le linee della metropolitana che si irradiano dal centro di Stoccolma. Il centro sportivo è stato costruito nel 1959 ed è un vero e proprio esempio di architettura socialista modernista, che offre ai cittadini la possibilità di fare esercizio fisico e di socializzare.
Mi è sembrato che mancasse la tipica scultura metallica “alla Calder” che spesso viene collocata all’ingresso delle strutture pubbliche e la mia idea era di realizzare una versione contemporanea di quel tipo di scultura che avesse anche una qualità narrativa.
La silhouette della scultura più grande, lunga sei metri, fa riferimento al Modernismo organico di Calder, Arp e Aalto. La sua forma è ottenuta combinando e sovrapponendo i contorni di tre laghi vicini, con l’idea che una piscina sia la simulazione di un lago. Sulla sua superficie, in una linea piuttosto ritmica, sono sparsi dei coni che troncano la forma. I coni compaiono come elemento di base anche nelle altre due opere. Le forme circolari e i fori fanno riferimento al lavoro delle scultrici moderniste Sonia Delaunay e Barbara Hepworth e ai progetti di lampade dell’architetto Le Corbusier. Il tutto diventa una sorta di miscuglio creato da diverse influenze moderniste.
Se si toglie “(der)” dal titolo dell’opera, si parla di Monismo, un movimento quasi scientifico e mistico precedente al Modernismo, con idee spirituali, strane e orribili di ogni tipo, tra cui quella che l’universo sia costituito da un solo elemento e che tutto nel mondo sia uno. È da questa idea che deriva anche il loro nome. Ho trovato interessante pensare che il Modernismo, con la sua attenzione ai progetti universalmente applicabili e razionali, sia nato da questa pseudoscienza.
SDD Come nasce l’installazione Into the Wild (2013)? È collegato al Walden di Thoreau? Quali sono le tue fonti teoriche in generale?
L’opera Into the Wild si trova nel sud della Svezia, presso il dipartimento di Architettura dell’Università di Lund. Il contesto della scuola mi ha influenzato portandomi a lavorare sulla scala di grandezze, con l’idea di ispirare gli studenti attraverso la bellezza e i dettagli dei piccoli frammenti della natura e stabilire una relazione tra questi frammenti e la storia dell’architettura. Le due sculture di questo lavoro sono in bronzo e la più grande l’ho modellata a mano con 20 quintali di argilla su una struttura d’acciaio.
L’opera più piccola invece raffigura la buccia di un avocado, un avanzo di uno dei miei pasti. Dopo averla fusa, vi ho praticato un’apertura rotonda simile a una finestra. Questa buccia di avocado fa riferimento alle audaci superfici di cemento precompresso dell’architettura brutalista o delle grotte preistoriche, mentre l’opera più grande si basa sulle punte dei rami di un albero di Natale, di 10 cm in origine ma di 4 metri una volta fuse. I rami si appoggiano l’uno all’altro creando una struttura simile a una tenda, una costruzione arcaica che ricorda la capanna primitiva fatta di tronchi d’albero del trattato di Vitruvio sull’architettura, un’immagine fantasiosa delle origini dell’architettura. Aggiungerei che la mia intenzione era quella di risvegliare il senso di stupore e meraviglia nel guardare da vicino la natura, essere immersi in essa, ciò collega il lavoro a Walden.
A parte la storia dell’arte e dell’architettura, le mie fonti teoriche sono poche e sono un po’ titubante nel definirle tali. La Long Now Foundation, la narrativa e la fantascienza, più recentemente “The Ministry of the Future” di Kim Stanley Robinson e “The Dispossessed” di Ursula Le Guin. Quando trovo un argomento che mi interessa, come la decrescita, cerco di avviare un processo in cui la lettura e l’ascolto di podcast su quell’argomento sono paralleli al lavoro in studio, sperando che gli input vengano incanalati nel lavoro in modo rilassato e non vincolato.
SDD Cosa pensi del rapporto tra arte e decrescita? Quali le opportunità e quali le criticità?
CB Sono generalmente scettico quando gli artisti pretendono da se stessi uno scopo diverso dall’essere liberi nel loro processo creativo. Sono anche scettico sull’idea di cambiare il mondo attraverso l’arte, o meglio, penso che ci siano alternative migliori se l’obiettivo è questo. Insegno e dirigo il programma di laurea in belle arti alla Iceland University of the Arts e questo mio approccio ora mi preoccupa. Vedo come i nostri studenti stiano lottando cercando di fare arte e di completare i loro studi accademici mentre protestano e manifestano nello spazio pubblico, impegnandosi in prima persona per aiutare i rifugiati, ad esempio. È difficile per loro colmare il divario tra la situazione opprimente del mondo e il lavoro che si svolge nello studio.
Sembra che tutti noi abbiamo una crescente frustrazione nei confronti dell’aspetto materiale di ciò che facciamo, che è anche produzione e consumo con un impatto generale negativo. Ma la smaterializzazione dell’oggetto artistico non è per tutti e l’idea che l’uso dei materiali sia una questione morale non mi convince. Credo che quello che mi sta accadendo ora nel mio processo sia che, con la libertà che ho come artista, scelgo di affrontare la decrescita nel mio lavoro perché è quello che mi interessa. Tuttavia, mi trovo a disagio nell’affrontare il tema della decrescita con i materiali che uso da artista, come i pigmenti preziosi o il bronzo contenente rame e silice, i materiali secondari come il gesso, il silicone e la cera, l’energia richiesta nel processo di produzione, o il trasporto e i voli avanti e indietro per la realizzazione di una mostra. C’è una sorta di dissonanza, qualcosa che non quadra, e forse mi squalifica dal parlare di questi temi. Inoltre, mi reco spesso a Stoccolma per incontrare parenti e amici e quindi mi trovo in una situazione di stallo che l’ambientalista che è in me vorrebbe risolvere, ma che per ora non riesce a risolvere. Un approccio più delicato potrebbe considerare la complessità della vita contemporanea in cui aspetti professionali, culturali, sociali, ambientali e personali si intrecciano a doppio filo. Forse bisognerebbe riconciliarsi con circostanze come queste, quando si considera il rapporto tra decrescita e arte, che è radicato nella situazione in cui ci troviamo. Le nostre capacità di fondere interamente vita, arte e decrescita saranno diverse, e la comprensione della complessità della situazione probabilmente dovrebbe servire come punto di partenza per il cambiamento, piuttosto che come misura della nostra capacità di affrontarlo o meno.
Foto:
1 e 2 Veduta della mostra Degrowth alla Cecilia Hillstrom Gallery, Stoccolma. Courtesy l’artista e Cecilia Hillstrom Gallery
3 Carl Boutard, Degrowth n.2, 2025. Bronzo. Courtesy l’artista
4 Carl Boutard, The Shape of Things to Come no.4, 2025. Carboncino e pastello secco su carta. Courtesy l’artista