Nel bene e nel male, non esiste una sola definizione della decrescita, a conferma del suo “pluralismo” – anche perché, come ha scritto Friedrich Nietzsche, “tutte le nozioni, in cui si condensa semioticamente un intero processo, si sottraggono alla definizione; definibile è soltanto ciò che non ha storia». Tuttavia, proveremo a fare un tentativo.
Quella che oggi va per la maggiore è quella contenuta in un articolo del 2025 “Defining Degrowth” di Tim Parrique che, dopo l’analisi di 115 definizioni di decrescita in inglese e francese, scritte tra il 2006 e il 2024, propone una definizione “esplicativa”, capace di identificare differenziare la decrescita da altre idee simili: “riduzione della produzione e del consumo per ridurre l’impronta ecologica, pianificata democraticamente in modo equo e al contempo in grado di garantire il benessere”. E’ certamente una definizione sintetica, ma esprime una concezione riduttiva della decrescita, basata solo sul suo aspetto quantitativo e che potrebbe anche “condurre ad una amministrazione tecno-burocratica che gestisca il razionamento” (Pierre Thiesset, “La decroissance”, luglio-agosto 25, pag. 3).
A livello più profondo, lo stesso Parrique, in questo capitolo della sua monumentale tesi di dottorato “The political economy of degrowth” del 2019, propone di intendere la decrescita in tre modi diversi: come riduzione (tipo-1), come emancipazione (tipo-2) e come destinazione (tipo-3). Se dunque vogliamo accogliere tutti e tre questi aspetti, la decrescita include un’utopia (espérance) da raggiungere attraverso una diminuzione (décroissance), a sua volta resa possibile da una incredulità (décroyance): quindi, qualsiasi definizione della decrescita che non includa tutti e tre i elementi è incompleta. Per questi motivi, le migliori definizioni gli/ci sembrano le seguenti, nelle quali tutti i diversi significati sono evidenziati come segue: tipo-1: “decrescita come riduzione in corsivo, tipo-2: “decrescita come emancipazione” sottolineato, e tipo-3: “decrescita come destinazione” in grassetto.)
“(La decrescita è) un processo di trasformazione politica e sociale che riduce la produzione (di materiale ed energia) di una società migliorando al contempo la qualità della vita” (Kallis et al., 2018);
“Il progetto della decrescita sfida l’egemonia della crescita economica e chiede un ridimensionamento redistributivo della produzione e del consumo nei paesi industrializzati guidato democraticamente come mezzo per raggiungere la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale e il benessere” (Demaria e Latouche, 2019: 148).
Altre definizioni interessanti si possono trovare in altri documenti.
Nella Dichiarazione di Parigi del 2008 (che è stata anche alla base della fondazione dell’International Degrowth Network nel 2023), la decrescita è definita come “Una transizione volontaria verso una società giusta, partecipativa ed ecologicamente sostenibile.” (Anche questa ci sembra una definizione sintetica, ma anche molto riduttiva…)
Per Federico Demaria e Serge Latouche (in “Pluriverso. Dizionario del post-sviluppo”) essa è “Una decolonizzazione dell’immaginario (della crescita e dello sviluppo, ndr.) e l’implementazione di altri possibili mondi”.
Per Emanuele Leonardi la decrescita è al tempo stesso “uno slogan (“parola-bomba” secondo Latouche), un movimento sociale e un’agenda di ricerca, non solo accademica”.
Per Buch-Hansen e Nesterova’s (2023), la decrescita mira a “profonde trasformazioni su tutti e quattro i piani interrelati dell’essere sociale (interazioni degli esseri umani con la natura, strutture sociali, relazioni sociali ed essere interiore delle persone), su diverse scale e in tutti i luoghi, guidate dalla gentilezza e dalla cura, verso una società che coesiste armoniosamente al suo interno e con la natura”.
Per degrowth.info, “la decrescita è un’idea che critica il sistema capitalista globale che persegue la crescita a tutti i costi, causando sfruttamento umano e distruzione ambientale. Il movimento per la decrescita sostiene società che diano priorità al benessere sociale ed ecologico invece che ai profitti aziendali, alla sovrapproduzione e al consumo eccessivo. Ciò richiede una ridistribuzione radicale, una riduzione delle dimensioni materiali dell’economia globale e uno spostamento dei valori comuni verso la cura, la solidarietà e l’autonomia. Decrescita significa trasformare le società per garantire la giustizia ambientale e una buona vita per tutti entro i confini del pianeta.”
Secondo gli autori di The case for degrowth, “La decrescita è un concetto «ombrello» per i movimenti accademici, politici e sociali più radicali che enfatizzano la necessità di ridurre la produzione e il consumo e definiscono obiettivi diversi dalla crescita economica. Decrescita significa vivere bene con meno e in modo diverso, dando priorità al benessere, all’equità e alla sostenibilità, con politiche per modellare il lavoro e la cura, il reddito e gli investimenti che evitino pratiche di sfruttamento e insostenibili, in modo che le società possano rallentare per progetto e non per disastro”.
La definizione più completa (ma non molto sintetica) è quella dell’International Degrowth Network: “La decrescita è sia un movimento trasformativo che un quadro critico. Movimento trasformativo: un movimento sociale con l’obiettivo di apportare grandi cambiamenti alla società per ottenere un cambiamento sistemico. Quadro critico: un approccio teorico che mette in discussione le strutture di potere, le dinamiche economiche e le norme sociali per incoraggiare il pensiero critico. Sfida i paradigmi economici e sociali prevalenti incentrati sulla crescita. Sostiene una riduzione di materiale ed energia utilizzati nella produzione e nel consumo per allineare le attività umane ai limiti ecologici e richiede che questa riduzione sia pianificata e democratica. Una parte fondamentale di questo cambiamento è garantire la giustizia sociale e migliorare il benessere per tutti. Ad esempio, la decrescita significa qualcosa di diverso per le comunità del Sud del mondo, dove molte economie devono ancora crescere e dove gli effetti del consumo eccessivo e il conseguente sfruttamento e repressione da parte del Nord sono ancora una realtà quotidiana che deve cambiare con urgenza.
La decrescita non è un concetto unico per tutti, ma un mosaico di idee, pratiche e visioni che attingono da varie fonti. La decrescita riconosce che pratiche sostenibili e accordi di vita equi (comunità o società in cui tutte le persone sono considerate uguali) sono da tempo parte di molte culture e società in tutto il mondo. Abbraccia la saggezza dei movimenti di base, delle tradizioni indigene, delle teorie femministe, delle azioni antirazziste, dell’emancipazione queer, delle lotte anticoloniali e anti-imperiali e di altre prospettive critiche che sono state storicamente escluse dal dibattito.
Ancora nel 2010 la definizione di decrescita proposta faceva riferimento a un’«equa riduzione della produzione e del consumo» mentre ormai da qualche anno si parla piuttosto di un’ecologia sociale alternativa.
Da un’accentuazione del meno si è passati a un’enfasi sul differente: «La decrescita indica una società con un metabolismo ridotto, ma più fondamentalmente una società con un metabolismo dalla struttura diversa, orientata a nuove funzioni. Decrescita non significa fare le stesse cose che si fanno ora, ma in quantità ridotte […] In una società della decrescita tutto sarà differente: le attività, le forme e l’uso dell’energia, le relazioni, i ruoli di genere, l’allocazione del tempo tra lavoro pagato e non pagato, i rapporti con il mondo non-umano».
