Pubblichiamo qui un importante testo di Serge Latouche – uscito sul numero di agosto della rivista La décroissance – in cui l’autore fa il punto su come sta cambiando il pensiero della decrescita nel passaggio generazionale, ormai a quasi 25 anni dalla conferenza di Parigi del 2002 Disfare lo sviluppo per rifare il mondo. Secondo Latouche : “se non si esce dall’economia” qualunque progetto di decrescita rischia, anche inconsapevolmente, di essere riassorbito nell’immaginario dominante, alla cui radice c’è, appunto, la fede nell’economia, vera religione della modernità. La presa di posizione di Latouche segna un punto di svolta nel dibattito sulla decrescita, portando finalmente in luce differenze e contrasti che sinora erano rimasti per lo più sottotraccia. Un testo destinato a far parlare di sé e che non mancherà di suscitare dibattiti, ci auguriamo costruttivi, tra tutti coloro che pensano che la decrescita abbia molto da dire sul presente e sulla profonda trasformazione – materiale, sociale e politica – che è necessaria per garantirci un futuro.
Segnaliamo anche, per completezza di informazione, la risposta di Parrique a Latouche (che cercheremo di riassumere, tradurre e pubblicare) e un altro articolo spagnolo, che prende posizione nel dibattito.
Trasmissione, trionfo o tradimento: dalla decrescita alla “degrowth” di Serge Latouche
Il passaggio intergenerazionale di un’ideologia, che si tratti di un messaggio religioso, filosofico, politico o di altro tipo, è sempre problematico. La nuova generazione che la eredita (marxismo, decrescita, ma anche liberalismo o anarchismo, ecc.) ha davanti a sé la sfida di trasmettere a sua volta la fiaccola della “fiamma ricevuta” costruendo al tempo stesso una propria identità, e per questo arricchendo, distorcendo o persino contraddicendo il contenuto dell’idea originale. Questa è anche la ragione del proliferare, nel tempo, dell’aggettivo “neo” con gli “ismi” (neoliberalismo, neomarxismo, ecc.).
È innegabile, tuttavia, che sono spesso gli epigoni a far trionfare il nuovo paradigma, superando gli ostacoli che si sono opposti alla sua ricezione, a costo, persino, di annacquarlo o addirittura snaturarlo… In realtà, per quanto innovativa possa essere, l’ideologia che viene ereditata non è mai opera della sola generazione precedente. Anch’essa ha dovuto fare i conti con i propri “padri” e, anche se alla fine li ha contraddetti, non ha mai totalmente mutato l’importante contributo ricevuto dai precursori, ma lo ha integrato, consapevolmente o inconsapevolmente. È solo nella piena consapevolezza di questa dinamica che la trasmissione tra generazioni opera una reale “Aufhebung” (nel senso hegeliano), vale a dire un superamento, che arricchisce e non tradisce. Se teniamo conto del fatto che è trascorsa circa una generazione dal primo emergere della decrescita come progetto sociale, e data l’ampia diffusione che ha avuto, possiamo già parlare di una “neo-decrescita”, più o meno vittoriosa e/o più o meno deviazionista?
L’uscita dall’economia
Il problema della trasmissione del messaggio, nel caso della decrescita, è certamente complicato dal fatto che i primi intellettuali che hanno parlato dell’argomento sono economisti professionisti: una situazione paradossale ma inevitabile, che ricorda il sofisma attribuito al cretese Epimenide[1]. Gli specialisti di altre discipline, e i comuni mortali, colonizzati, senza rendersene conto, dall’immaginario collettivo, non sono infatti disposti a mettere in discussione la realtà, pseudo-evidente, di un’economia universale e trans-storica. Inoltre, se la decrescita implica un “de-credere”, è ovviamente dalla fede nella crescita, alla cui radice c’è la fede nell’economia, vera religione della modernità.
Quando gli economisti affrontano il tema della decrescita ne danno, inevitabilmente, una lettura economicistica. La decrescita appare loro come un diverso regime economico o addirittura, al limite, come una variante dello sviluppo sostenibile, e non un vero e proprio cambiamento della società, che ha il fine di costruire un mondo in cui l’economia non sia più un’entità autonoma, e tutto quello cui si fa riferimento questo termine (produzione, distribuzione, consumo di ricchezza) sia (re)integrato nel sociale. L’idea di poter “uscire dall’economia” – un passaggio inevitabile per una vera decolonizzazione dell’immaginario – semplicemente non viene loro in mente, perché questa possibilità metterebbe in discussione la loro ragion d’essere e, soprattutto, la loro posizione istituzionale.
Parlano quindi di decrescita come di un progetto di “economia stazionaria in armonia con la natura”[2], di economia pensata “diversamente”, di economia “post-crescita e post-capitalista”, di nuovo “regime macroeconomico”, ecc. Concetti normali e naturali, che consentono di preservare lo status di economisti integrando, al contempo, la necessità della decrescita, e questo li porta a inventare una mostruosità concettuale come l’ “economia ecologica”, un’idea che non può non portare alla “crescita verde”, quella stessa crescita che, giustamente, denunciano. Agire diversamente andrebbe contro la loro formazione e metterebbe in discussione il loro status di esperti in cose economiche, siano essi liberali, keynesiani, socialisti, marxisti o decrescenti.
È certamente difficile evitare l’uso del termine “economia della decrescita” nella retorica dei dibattiti sulla transizione, ma deve essere chiaro che si tratta, fondamentalmente, di un ossimoro. Una trappola tanto più difficile da evitare quanto più siamo immersi in un universo totalmente economizzato, in cui la transizione verso una società di abbondanza frugale non può avvenire dall’oggi al domani. La demercificazione del mondo, pianificata o meno, dunque, non sfugge al calcolo economico.
L’uscita dalla società della crescita non si raggiunge senza compromessi con le forze “riformiste”, e l’attivista “decrescente” è spinto a sostenere proposte ancora tutte all’interno dello spazio economico, come si rende evidente con le proposte di cambiare l’indice con cui si valuta il benessere delle società, passando dal PIL (Prodotto Interno Lordo) a un indice di prosperità come l’ Happy Planet Index, o a indicatori, come l’impronta ecologica, ancor più de-economicizzati. Lo stesso discorso vale per battaglie più concrete come quelle contro le grandi opere inutili, o contro la pesca distruttiva, contro i pesticidi, contro le mega dighe, contro il nucleare, ecc.
In realtà, l’equivoco di cui si fanno portatori gli economisti di professione è decisamente più grave, perché le persone comuni pensano che gli economisti, che parlano con tono incantatorio e facendo appello a una mitica scientificità, siano più competenti di loro nell’affrontare questi problemi, e questo benché “l’uscita dalla società della crescita” miri a restituire ai cittadini comuni il controllo della propria vita e del proprio destino.
Potreste chiedervi perché attribuisco così tanta importanza al tema dell’uscita dall’economia, che, dopotutto, non occupa un posto di rilievo nella letteratura sulla decrescita e suscita così tante controversie. Questa scelta deriva innanzitutto dal mio percorso personale. Avendo trascorso molti anni lottando per “uscire dallo sviluppo”, ho riscontrato gli stessi ostacoli e difficoltà nel trattare della decolonizzazione dell’immaginario necessaria alla decrescita. A torto o a ragione, mi sembra questo tema ci ponga di fronte a una distinzione molto marcata, paragonabile alla lotta di classe nel marxismo o al complesso di Edipo in psicoanalisi. Infatti, è su questo punto che emergono le divergenze tra rivoluzionari, o radicali, da un lato e riformisti o revisionisti dall’altro[3].
Si ripropone qui qualcosa di simile a quanto è accaduto con il marxismo. L’intera opera di Marx è incentrata sulla critica dell’economia politica, in particolare nella denuncia del naturalismo di Ricardo. Cioè il fatto che questi pensava che la realtà economica, di cui era impegnato a decifrare le leggi, fosse “naturale”, eterna, trans-storica. Non riuscendo a vedere che qualsiasi altro aspetto della società non è “economico”, poiché è il discorso economico che seleziona della realtà la cosa economica, Marx finisce per concepire una paradossale “economia politica marxista”, cui i suoi seguaci conferiranno addirittura lo status di “scienza economica marxista”. Un assoluto controsenso!
Si potrebbe pensare che sia meno difficile accettare di liberarsi dalla fede nel naturalismo economico che da quella nella crescita perché la crescita, in quanto fenomeno biologico, è una realtà indiscutibile, mentre tutti i tentativi di trovare un’economia tra formiche, le api o gli scimpanzé si sono dimostrati ad oggi poco convincenti. Tuttavia non è così perché anche la fede nella crescita si ancora sulla base incontestabile dell’evidenza economica.
Contropotere
Detto questo, un giovane decrescente di seconda o terza generazione, nutrendo una legittima ambizione di riconoscimento, ha parecchie strategie (non reciprocamente esclusive) tra cui scegliere. Può decidere di sviluppare le implicazioni concrete del progetto della decrescita e provare ad attuarne il programma attraverso un partito politico o un’associazione. Questa mi pare, ad esempio, la scelta di Vincent Liegey. Oppure ottenere notorietà approfondendo alcuni aspetti della decrescita in una tesi che gli consente di essere visto come un innovatore, una “star mediatica” che fa sembrare antiquati i suoi predecessori. Questa è chiaramente la strada percorsa da Timothée Parrique. Infine, può proiettarsi sulla scena internazionale, sviluppando connessioni con movimenti stranieri con idee simili, ampliando la base del movimento con forum globali. Questa è più o meno la strategia del gruppo catalano che si è autoproclamato “Scuola di Barcellona”.
Queste tre strategie hanno i loro meriti e i loro vantaggi, ma tutte e tre corrono anche il rischio di distorcere il messaggio nel tentativo di raggiungere un pubblico più ampio, poiché lo scivolare dal compromesso alla compromissione dipende spesso da piccole cose. In tutti e tre i casi, e soprattutto nel terzo, c’è una forte tentazione a decontestualizzare la decrescita, cioè ad estrarla dalla sua cultura d’origine, in questo caso latina, rendendola universale e internazionale, in parole di anglosassonizzarla. Se la parola decrescita non è facilmente traducibile nelle lingue non latine vuol dire che o non ha alcun significato in quelle lingue, e quindi che l’immaginario delle culture in cui si vorrebbe trasportarlo – nonostante l’imperialismo dello sviluppo – non è sufficientemente economizzato o, al contrario, come accade nel mondo anglosassone, lo è a tal punto che per queste culture è impensabile mettere in discussione la religione della crescita[4]. Ciò non significa, tuttavia, che in un pianeta globalizzato, il progetto della decrescita non abbia senso al di fuori dell’ambito in cui si è sviluppato, ma che deve trovare un suo significato nell’immaginario specifico delle altre culture come, ad esempio, il sumak kawsai degli amerindi Quechua (che possiamo approssimativamente tradurre con “buen vivir”). Partendo da questa considerazione, diventa chiaro che la decrescita non ha il compito di fondare una nuova Internazionale, ma di essere parte di un dialogo interculturale e di una condivisione delle tante esperienze di lotta contro il rullo compressore dell’imperialismo economico.
Quello che è in gioco, nei casi che ho citato, è l’importanza data alla necessità di uscire dall’ordine economico dominante, un elemento essenziale del progetto della decrescita. Certo, chiunque è d’accordo con il fatto che la decrescita richiede di sottrarci alla religione della crescita, e quindi abbandonare il produttivismo e il consumismo, ma alla radice di questi fenomeni non ci sono forse il capitalismo, l’immaginario economico e, addirittura, il patriarcato? Una rottura radicale con il sistema e il suo immaginario non implica forse un modo diverso e nuovo di attuare la decrescita? Per me, come per Ellul, fondamentale precursore del pensiero della decrescita, “il movimento ecologista (e lo stesso vale per la decrescita) dovrebbe svilupparsi come contropotere, senza entrare nel gioco politico”. Non si tratta quindi di partire alla conquista dell’apparato statale, come fece Lenin nel 1917, ma di costruire una forza comune fatta di sentinelle, resistenza e proposte.
La decrescita riciclata
Analizzare i cambiamenti e le possibili deviazioni degli epigoni rispetto ai padri fondatori della decrescita, consente di mettere in luce differenze, evitare confusioni, ed evidenziare le possibili contraddizioni che potrebbero portare a insostenibili e indesiderati recuperi dell’esistente o, al limite, a dare spazio a vere imposture.
Consideriamo, ad esempio, il caso di Timothée Parrique. Se analizziamo con attenzione il lavoro di questa “stella della decrescita” non è perché è l’unico rappresentante dei “rinnovatori” di seconda generazione[5]. Semplicemente Parrique mi ha chiesto di rileggere le bozze del libro tratto dalla sua tesi, e sono stato quindi particolarmente attento alle sue idee[6] Non solo, si propone come il teorico di una nuova decrescita, questa volta fondata su basi scientifiche e con l’obiettivo a rinnovare le tesi dei suoi predecessori.
Nell’introduzione del suo “Rallentare o morire. L’economia della decrescita”[7] Parrique afferma che “ogni società ha sempre organizzato, in un modo o nell’altro, le proprie attività produttive”, avendo così una propria economia. Ma cos’è un’attività produttiva? Il resto del libro propone una teoria a geometria variabile. Parrique, infatti, vi include praticamente tutto, i servizi ecosistemici, l’aiuto reciproco e il volontariato. Infine, amplia la definizione di economia definendola “l’organizzazione sociale della soddisfazione dei bisogni”, precisando che l’obiettivo di questa soddisfazione è “avere abbastanza di tutte le cose che si desiderano” (ad esempio la salvezza eterna, la morte di mia suocera, ecc.).
Questa affermazione è curiosamente in sintonia con la concezione di Gary Becker, il teorico dell’ultraliberismo, per il quale la scienza economica ha il compito di occuparsi di tutto ciò che è fatto oggetto di desiderio dell’uomo. Naturalmente, l’approccio di Parrique è ben diverso da quello del Premio Nobel che ha voluto comprendere nel dominio dell’economico il crimine, il matrimonio, l’educazione, il razzismo ecc. – ma è chiaro che entrambi condividono la stessa visione “pan-economicista”. Se Becker vuole ridurre tutta la complessità dell’homo sapiens all’homo oeconomicus e alle sue scelte razionali, Parrique vuole introdurre tutta la complessità dell’homo sapiens nelle scelte dell’homo oeconomicus. Dal mio punto di vista, entrambi gli approcci sono destinati al fallimento e, paradossalmente, possono portare a risultati simili. Becker è anche un teorico del capitale umano ed è quindi possibile, con ragione, mettere a confronto la sua visione con quella di Bourdieu o di Foucault.
L’economia viene così, infine, presentata come un superorganismo metabolico. Ma non è questa anche la definizione o il ruolo della società? Un antropologo direbbe, giustamente, che ogni società ha una sua “cultura” ma non, necessariamente, una sua economia. La maggior parte delle volte, anche se non in tutte, nell’opera di Parrique la parola “economia” può essere sostituita da “società” … ma questo pone il problema di cosa sia per lui il “non-economico”, visto che ancora impiega questa nozione. Oltre alla natura, ovviamente, più o meno, Parrique sembra includere, in questa definizione, la sfera privata e quindi la famiglia. Perché di colpo la famiglia non deve più far parte dell’economia? Perché quest’ultima, pur svolgendo un ruolo essenziale nella riproduzione, non rientra a pieno diritto nel superorganismo metabolico?
Già Malthus, posto di fronte al problema di quali siano limiti della sfera dell’economia, si chiese correttamente se i servizi religiosi, “che sono certamente i beni più preziosi”, rientrassero o meno nella definizione di ricchezza e ne concluse che, se si vuole fare dell’economia una scienza, questa va limitata alle sole attività legate alla produzione materiale, escludendo quindi i servizi. Oppure si può, come fece Marx, limitare il campo dell’economico alle attività “di mercato”, produttrici del plusvalore, ecc. Ci troviamo qui in altre parole, nella crematistica di Aristotele, dove l’economia coincide con la pratica mercantile (economia = capitalismo). Quindi, se la decrescita implica l’abbandono del capitalismo questa abbandono implica, a sua volta, la necessità di uscire l’economia, e viceversa. CVD
Di conseguenza, se nel lavoro di Parrique la critica al mito del disaccoppiamento tra crescita e distruzione degli ecosistemi è condotta in modo brillante e con abbondanza di dati statistici, la frattura tra società della crescita e società della decrescita non è marcata in modo soddisfacente (e non c’è quasi nulla sulle implicazioni filosofiche di questa frattura). “Dovremmo impegnarci per la decrescita”, scrive, “esattamente come, oggi, in cui ci impegniamo nelle politiche per la crescita”. Un’affermazione del genere, che presuppone l’ingresso nel gioco politico può far sognare, ma quando vengono discusse alcune delle misure concrete da adottare per questo obiettivo, diventa chiaro che la realtà è diversa, e che le scelte che ci possono condurre alla decrescita non possono essere né governative né tecnocratiche.
Voler rimanere a ogni costo nell’economico, abbandonando l’economia della crescita e sostituendola con un’economia della decrescita è come voler abbandonare razionalmente il razionale, una palese contraddizione. Parrique arriva persino a scrivere che “economia ed ecologia devono pacificamente coesistere”, un’affermazione già fatta propria da tutti i governi, e in particolare da Macron: esattamente quella stessa menzogna che la decrescita ha sempre cercato di denunciare e che è, per me, la sua vera ragion d’essere. Ed è rispetto a questa centralità che deve essere fatta una scelta. Alla fine del libro troviamo anche tutte le frasi preferite dagli eco-ipocriti: “un’altra economia”, “economie alternative”, “ripensare il nostro modello di crescita” e persino “sviluppo”. In questo riciclaggio mediatico o accademico un po’ opportunistico, la natura radicale del progetto originale della decrescita perde, a mio avviso, il suo potenziale sovversivo e la sua spinta militante. Una decrescita, in effetti, più in linea con l’economia alternativa che con un’alternativa all’economia.
Dovremmo quindi gridare al tradimento? Non serve. Sarebbe inutilmente polemico e controproducente, forse ingiusto, per tutta una serie di ragioni. Non si tratta, in particolare, di fare il guardiano del tempio, mettendo all’indice il testo che ho analizzato. Innanzitutto, perché non esiste un tempio e ogni autore è libero di difendere la propria concezione di qualsiasi “ismo”. E poi perché l’analisi approfondita di altri approcci rivelerebbe, senza dubbio, trasformazioni o distorsioni del messaggio iniziale altrettanto significative, se non maggiori. Infine, perché sono certamente queste trasformazioni-deformazioni che hanno contribuito a far uscire il paradigma della decrescita dall’ostracismo mediatico, facendo così passare almeno una parte del messaggio iniziale, cosa non da poco, anche se l’ostracismo della politica rimane totale. Inoltre, alcuni compromessi, sia retorici che pratici, sono necessari per agire quando ci si allea politicamente con altri movimenti, scelte queste che possono essere facilmente accusate da menti dogmatiche, a ragione o a torto, di essere compromessi inaccettabili. Io stesso sono stato oggetto di tali accuse.[8]
Ogni ideologia, che ci piaccia o no, ha qualcosa di religioso e ogni religione dà origine a eresie, eterodossie e apostasie. Ma l’idea che nel tempo diventa ortodossia è già, di per sé, una trasformazione-deformazione del messaggio iniziale, e i “cacciatori di teste” potranno sempre accusarla di essere un tradimento. Il lavoro di chiarificazione teorica è utile per chiarire le posizioni di ciascuno, ma non deve avere lo scopo di imporre convinzioni che, per loro natura, non possono mai diventare verità incontestabili e definitive.
Traduzione e commento di Dalma Domeneghini.
[1] Minosse dice: “Tutti i cretesi sono bugiardi”, ma Minosse è cretese, quindi Minosse è un bugiardo. Ma se mente, dice la verità, e se dice la verità, mente… Quindi, quando Latouche dice che tutti gli economisti sono impostori, a sua volta è un impostore, perché Latouche è un economista, ecc., ecc.
[2] Questa espressione e le seguenti sono tratte dagli articoli del numero speciale di Socialter dedicato alla decrescita: “Decrescita. Reinventare l’abbondanza”, Socialter 40, giugno-luglio 2024.
[3] Fu proprio a proposito di Edipo che Freud ruppe con Jung, poi con Otto Rank e infine con Sándor Ferenczi.
[4] Ho affrontato questo tema in diversi testi e in particolare nell’articolo: “La decrescita è un progetto latino?” in Nuovi quaderni del socialismo: Decrescita per il futuro del mondo n. 14, Montreal 2015.
[5] Nei validi quaderni dell’associazione Eco-filosofia, anche il filosofo Paolo Scroccaro denuncia le ambiguità della “scuola di Barcellona” (Kallis-Paulson-D’Alisa-Demaria) chiedendosi se, avendo la giusta volontà di allargare la base della decrescita, non si finisca per mutilarla. Vedi “Focus decrescita: Proviamo a fare il punto”, Quaderni de l’associazione Eco-filosofica, N°77, Treviso, Novembre-Dicembre 2024.
[6] Ho espresso le mie critiche a Parrique, ma non vi ha dato molta importanza.
[7] Seuil, 2022.
[8] Basta vedere il primo volume di “Uscita dall’economia”, una pubblicazione lanciata dal filosofo Clément Homs, in linea con l’analisi della scuola di critica del valore di Robert Kurz e Anselm Jappe.





