Anticipiamo la recensione di Silvio Cristiano al nuovo libro di Serge Latouche “Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea” (elèuthera, Milano, 2025, pp. 104), che sarà pubblicata sul prossimo numero dei Quaderni della decrescita.

Qui potete trovare qui l’introduzione del libro (grazie agli amici di comune-info); qui invece la recensione del Manifesto.

 

Nei due capitoli che costituiscono il corpo principale di questo volume, Serge Latouche affronta − dalla prospettiva di un critico della società della crescita (“obiettore di crescita”) − l’architettura e l’urbanistica prima e l’arte e la bellezza poi. I due capitoli, naturalmente, si compenetrano. Ma non solo. I ragionamenti trascendono i confini disciplinari, consentendo un salto di consapevolezza che può consentire di avvicinarsi alle cause dei problemi che ne discendono nell’architettura e nell’urbanistica, nelle altre arti, e oltre. Si riparte qui dalla «crisi della cultura, ovvero una radicale perdita di valori, un’altrettanto radicale distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita» − una distruzione che, in ultima istanza, deriva dal processo di colonizzazione dell’immaginario sociale da parte del fattore economico e dei suoi valori, di cui la deterritorializzazione e la perdita di gusto e di creatività sono solo alcune delle tante figlie, nelle intricate crisi ecologiche e sociali.

Latouche fornisce qui alcuni strumenti di pensiero utili a inquadrare i vari problemi, comprese le spesso problematiche false soluzioni, anche quelle − potremmo azzardare provocatoriamente − che chi si sente illuminato concepisce come tali. Un passaggio cruciale, riprendendo Castoriadis, contiene un monito a non strumentalizzare l’arte, pena la sua distruzione; aggiunge Latouche che, come non può essere sottomessa al mercato, l’arte non può essere arruolata nemmeno per un progetto sociale e politico, per quanto quel progetto possa avere un impatto sul modo di praticarla. Allo stesso modo, dei «pur onorevoli tentativi» possono essere fallimentari senza «un’analisi globale del fallimento della società di crescita». Avverte l’autore che il distaccamento delle arti dalle classi popolari e dalle necessità pratiche − arti versus artigianato − rischia di tramutarsi in formalismo o in esoterismo.

Un paio di considerazioni di chi sta recensendo il libro, a partire da questo ultimo passaggio. Se, dal suo genitore artigianale, mettiamo l’ascesa e la caduta delle arti in dialogo con l’epigrafe al capitolo, tratta da Ellul, non stupisce che «l’arte moderna non è […] né creatrice, né liberatrice, né mezzo attraverso cui si possa giungere a una liberazione»; al contempo, se pensiamo − con Nietzsche − che l’arte possa rappresentare la più alta attività metafisica umana, allora, con la distruzione della città, del paesaggio, dell’arte, dei saperi, dei legami sociali, ecc., è la stessa società della crescita che sta distruggendo anche le proprie ambizioni di potenziale ulteriore innalzamento (e la “intelligenza” artificiale, insieme alla galoppante economicizzazione e “twitterizzazione” del linguaggio quotidiano, sono solo altri passaggi della distruzione culturale e cognitiva, ma su questo torneremo forse in altre sedi), anche se, ahinoi, la perdita di potenziale creativo e liberatore − in quanto feedback positivo, “retroazione”, processo che si autoalimenta − rischia di allontanarci anche dalla consapevolezza del limite e dalla capacità di reagire. Se, dai passi che potremmo forse aver fatto verso l’uscita della caverna di Platone, vi stiamo rientrando, arriva qui la seconda considerazione, che − specie se stiamo scrivendo e leggendo nel contesto dei Quaderni della Decrescita − necessariamente ci riguarda: anche l’arte del pensiero, anche la stessa «arte di vivere con arte» che è per Latouche la decrescita, se scollegata dai bisogni primari e (nella “corruzione” del privilegio socio-economico e culturale) se dimentica di quella analisi profonda del fallimento del crescitismo − e, aggiungiamo, di ciò e di chi l’alimenta (noi incluse) − beh, anche l’arte di vivere con arte rischia di degenerare, oltre che in formalismo e in esoterismo, in élitismo o classismo culturale, ma − come scriveva qualcuno, détournando il più celebre adagio − nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo non è re: viene linciato. Dunque, che fare?

Tornando più direttamente al libro qui recensito, ricorda l’autore che arte è anche l’urbanistica. Ricordiamoci però che lo è anche la filosofia. Le chiavi interpretative fornite consentono quindi di leggere potenzialmente in maniera critica anche i ragionamenti stessi che vengono offerti, soprattutto quando − rischiamo di esserne tutte vittime − dai momenti di critica si passa ad apprezzare delle esperienze esistenti o ad abbozzarne di nuove, quando, insomma, dalla parte destruens si passa a quella construens, ma con materiali e strumenti nati altrove per altri fini. Con un altro inciso a margine del volume, potremmo infatti azzardare l’ipotesi che in un sistema malato non sia già nato qualcosa di sano, nemmeno noi con le nostre arti; piuttosto, quel qualcosa che malato nasce in un malato mondo può avere una qualche consapevolezza della malattia o dentro quel qualcosa si può scorgere qualche predisposizione alla guarigione, ma la guarigione non è affatto semplice e richiede appunto un affinamento cognitivo per non replicare inerziali dinamiche tossiche e per combattere, anzi, il progressivo appiattimento culturale.

 

Nella foto Milano. Foto unsplash.com, courtesy comune-info.net