Decrescita creativa #13.
Di Serena De Dominicis.
Negli ultimi due decenni, la capacità di ricavare, analizzare e condividere dati è aumentata esponenzialmente grazie all’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale avanzata, tecnologie capillari, sistemiche e con nette differenze di scala, modalità, obiettivi, percezione e criticità rispetto al passato analogico. Un’evoluzione che ha sollecitato riflessioni e stimolato nuove risposte sia in tema di trasparenza sia di privacy, questioni non solo tecniche, ma filosofiche e politiche.
Il 2024 ha segnato la prima tappa del percorso di attuazione dell’UE AI Act, la legge europea che norma l’uso dell’Intelligenza Artificiale, e il prossimo agosto diventerà ufficialmente obbligatoria e direttamente attuabile all’interno degli Stati membri. Si tratta della prima legge orizzontale al mondo che regola l’IA seguendo il Risk-Based Approach: vieta, cioè, anche se non completamente, il riconoscimento biometrico remoto in tempo reale negli spazi pubblici da parte delle forze dell’ordine, la creazione di database di riconoscimento indiscriminato (perché rientra nelle pratiche di sorveglianza di massa), e restringe l’uso di database biometrici per il riconoscimento facciale. La categorizzazione delle persone basata su caratteristiche sensibili come razza, opinioni politiche, orientamento sessuale, etc. infatti è interdetta, mentre è solo limitata quella basata su dati quali età e genere, permessa se classificata come “Alto Rischio” e sottoposta a controlli di conformità. Un’architettura all’avanguardia, quindi, seppur fragile sotto alcuni aspetti e solo parzialmente efficace. Qualcuno ritiene, tra l’altro, che sia già minacciata dal Digital Omnibus, in discussione in questo periodo a Bruxelles – una proposta per renderne l’adozione più sostenibile per le aziende, che potrebbe, tuttavia, svigorire il GDPR e le norme su dati, cybersicurezza e IA.
La pratica artistica è da tempo sensibile a questo tipo di tematiche, in particolare quando sono in gioco le libertà costituzionali e i diritti civili, continuamente insidiati da un capitalismo sempre più insofferente verso l’impalcatura democratica. In questa cornice, il problema della sovraesposizione (social media, database pubblici, sorveglianza), nel suo aspetto più legato al concetto di violazione della privacy, ha generato diverse reazioni, come si osserva nell’arte e in pragmatiche proposte di moda. Qui disvelamento e denuncia si affiancano a contromisure concrete, declinate in forme di interposizione tra individuo e sistemi di controllo che sfociano in tattiche di contro-visibilità. In ciò si riafferma la centralità del corpo – superficie leggibile, tracciabile e manipolabile –, come terreno di una lotta non più solo politica ma di resistenza algoritmica, che riguarda tanto la sfera impalpabile delle immagini quanto il contesto fisico.
Già una decina di anni fa, con Overexposition (2015) e poi Capture (2020), l’artista Paolo Cirio realizzava esercizi di sorveglianza “invertita”. Nel primo caso, ispirato dalle rivelazioni di Edward Snowden e dal conseguente “Datagate” (2013), l’artista diffondeva foto di quei funzionari di CIA e NSA che erano responsabili di programmi di sorveglianza di massa o di coloro che erano stati coinvolti nelle operazioni di intelligence illecite denunciate da Snowden. Selfie postati su profili personali o foto dei soggetti scattate in contesti informali e privati da individui estranei alle agenzie governative venivano raccolti hackerando social media, usando l’ingegneria sociale o semplicemente cercando online, attraverso una modalità definita da Cirio come “una forma di spionaggio creativo”. I volti di coloro che avevano costruito un gigantesco apparato di controllo invasivo, manipolato le istituzioni e compromesso la privacy su larga scala, con conseguenze negative anche per l’ecosistema digitale globale, venivano esposti alla stessa violazione dell’intimità. Affissi per le strade su grandi poster, quei volti diventavano icone pubbliche di un conflitto senza regole e senza fine: “Lo stato di sorveglianza non conosce limiti di spazio, tempo o classe sociale; è sempre presente e riguarda tutti, indipendentemente dai principi etici che regolano la rappresentazione dell’immagine pubblica.”, scriveva l’artista.
Qualche anno più tardi, Cirio tornava sul tema con Capture in risposta all’aumento dell’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine e delle autorità pubbliche in Europa (dopo i casi di Ungheria, Repubblica Ceca e Belgio) raccogliendo migliaia di foto, prese dal web o dalla stampa, di agenti di polizia francesi in servizio durante manifestazioni di piazza. Le immagini venivano processate usando proprio un software di riconoscimento facciale per identificare gli agenti implicati, poi venivano stampate e affisse sui muri di Parigi attuando un’opera di contro-AI volta a smascherare e sfidare le logiche della stessa IA dominante, eteronoma, capitalistica, sorvegliante.
Capture introduceva anche il Ban Facial Recognition Europe, petizione di cui l’artista si fece promotore in collaborazione con l’EDRI (European Digital Rights, all’interno della più ampia rete “Reclaim Your Face”, che riuniva oltre 40 organizzazioni della società civile, tra cui AlgorithmWatch, Amnesty International, Electronic Frontier Foundation) per spingere il parlamento e la commissione europee ad interdire quel tipo di tecnologie all’interno dell’Unione. Lanciata ufficialmente all’inizio del 2020, la petizione ha contribuito a spostare il baricentro della legge verso una posizione più restrittiva, ma il risultato finale è stato sostanzialmente un compromesso.
Ora, se da un lato si è reso fondamentale svelare l’esistenza di infrastrutture invisibili (telecamere, satelliti, droni, radar), e denunciare agenti di una sorveglianza nuova spesso impercettibile e tanto invadente da richiedere una legislazione ad hoc; dall’altra, è cresciuta l’urgenza di sottrarsi fisicamente allo sguardo del potere. Non sorprende perciò che in una fase storica di sovraesposizione come la nostra siano nati progetti pensati per veicolare strategie di difesa improntate all’invisibilità. Si pensi, ad esempio, al pionieristico CV Dazzle (2010, ancora in corso), il primo tentativo (riuscito) di creare un dispositivo fisico di contro-sorveglianza capace di imbrogliare gli algoritmi di riconoscimento facciale automatizzato. L’idea è di Adam Harvey, tecnologo e artista americano che lavora sulla visione artificiale e non solo, ed ha ideato astuti make-up per il viso e styling per capelli che confondono i sistemi di identificazione contando sulla loro capacità di riconoscere solo ciò su cui sono stati allenati. Man mano che i sistemi divengono più sofisticati, queste lacune vengono colmate ed è necessario stare al passo ideando nuovi stratagemmi, per questo il progetto continua.
Un’altra iniziativa di Harvey è HyperFace, tecnicamente un’estensione dell’opera precedente. Un tipo di camouflage che sfrutta le aspettative dell’algoritmo e fornendo volti falsi lo distrae da quelli umani.
Il suo sviluppo è iniziato nel 2013, e nel 2017 è stato lanciato al Sundance Film Festival, come stampa tessile su sciarpa personalizzata per NeuroSpeculative AfroFeminism, narrazione video digitale firmata dal duo Hyphen-Labs (oggi sciolto).
Anche Cap_able guarda alla moda come strumento di autodifesa, e adotta pattern tessili per lo stesso scopo, ma con un’estetica più “quotidiana”. Acronimo di C_ollaboration, A_wareness, P_eople, Cap_able si pone come “studio di fashion design che sviluppa prodotti all’intersezione tra etica e tecnologia”. Così si presenta sul sito per spiegare che il progetto è dedicato alle persone e centrato su un tema imprescindibile come la privacy. La prima collezione, denominata “Manifesto”, offre una linea di abiti e occhiali in grado di ostacolare il riconoscimento facciale operato negli spazi urbani. Di nuovo, qualcosa che l’uomo realizza con l’IA contro l’IA, riorientando la tecnologia per affermare il valore e l’integrità della persona, distraendo la macchina dalle logiche del profitto ad ogni costo per farne strumento di un’etica allargata che contempla anche la rilocalizzazione: progettazione e produzione degli abiti avvengono in Italia.
D’ispirazione le riflessioni sulle pagine del loro blog: “La protezione può diventare una forma di cura? Come restare visibili come parte di un collettivo, pur mantenendo il diritto di decidere quali parti di sé condividere. L’obiettivo non è l’invisibilità, ma una visibilità informata.”
Oppure: “L’abbigliamento può proteggere la dignità e la privacy? A lungo gli abiti sono stati un modo per esprimere chi siamo. Ma man mano che la tecnologia è diventata sempre più presente nelle nostre vite, è avvenuto un cambiamento silenzioso: ora l’abbigliamento definisce anche ciò che scegliamo di condividere”. (Tratto da Protest is a Human Right – The Privacy Safety Vest https://www.capable.design/it/pages/chi-siamo).
I materiali diventano linguaggio politico per corpi aumentati e protetti.
Infine, uno sguardo al lavoro dell’artista tedesca Hito Steyerl. Per lei l’anonimato non è “solo” un diritto da proteggere, ma un attributo di libertà che sta scomparendo sotto l’assedio dell’IA, una trasformazione ontologica dell’essere umano nell’era digitale. Ed è un processo che colpisce in modo disomogeneo, aggravando le disuguaglianze così che i poveri sono tracciati e controllati mentre i ricchi operano nell’opacità, e i potenti come i flussi di capitale si muovono agilmente nell’ombra.
In How Not to Be Seen: A Fucking Didactic Educational .MOV File (2013), l’artista ha parodiato la vecchia tipologia dei video didattici proponendo, in cinque episodi, una serie di ironici stratagemmi strampalati per garantirsi un’invisibilità che reputa ormai impossibile: diventare un numero, essere un oggetto, andare fuori fuoco, diventare un fantasma. Ma al di là dell’ironia, dato il contesto così compromesso, l’ “opacità”, l’interferenza, il rendersi indecifrabili emergono come unica chance. Si tratta di sfuggire senza nascondersi, diventando un “brusio”, afferma l’artista, cioè rendendo i propri dati ambigui, corrotti o privi di senso per l’algoritmo, e quindi inclassificabili o non profilabili; si può “adottare l’ambiguità” attraverso i bug di sistema e preferendo le basse risoluzioni che le macchine faticano a leggere; o ancora, si può rendere l’invisibilità collettiva, facendosi massa indistinta – se tutti siamo ugualmente tracciati ma in modo confuso, il potere di discriminazione del sistema si indebolisce.
Certo, queste pratiche estetiche sono solo delle tattiche, ma non sono destinate a rimanere marginali. Stabiliscono ostacoli temporanei, creano zone di ambiguità, ma soprattutto dimostrano che l’infrastruttura di controllo non è mai impermeabile. Ogni gesto di interferenza è un promemoria, e ogni errore di lettura è già uno spazio di libertà.
- OVEREXPOSED, Paolo Cirio’s Solo Show at NOME Gallery in Berlin – May 2015. Courtesy l’artista e NOME Gallery
- Paolo Cirio, Capture action, Parigi, Francia, 2020. Courtesy l’artista.
- HyperFace by Adam Harvey for Hyphen-Labs. Model: Ashley Baccus-Clark. Photo: © Hyphen-Labs and Adam Harvey / hyphen-labs.com. 2017
- Cap_able, AI CAMO T-SHIRT, MANIFESTO COLLECTION. Capo double-face: scegliendo quale lato indossare, si può decidere se proteggersi o meno dal riconoscimento facciale. 100% Made in Italy Composizione: 100% Cotone Biologico.









