Di Giorgos Kallis, pubblicato il 6 marzo 2026 su degrowth.info ; traduzione di Antonella Bortolato

 

Decrescita andata male?

Oggigiorno sembra che tutti pensino che la decrescita stia andando nella direzione sbagliata.

Serge Latouche e la rivista Decroissance (qui la traduzione sul nostro sito) lamentano il termine inglese “degrowth” e gli “studi accademici sulla decrescita”, che considerano una forma di economia restrittiva che tradisce la critica di Decroissance alla ragione economica. Alcuni in questo blog temono che la decrescita stia diventando troppo centralista e socialista, altri troppo prefigurativa e priva di reali pretese di potere.

E poi arriva Clive Spash a completare il quadro con una lunga lista di “cosa c’é ​​che non va nella decrescita“. La decrescita, sostiene Spash, sta diventando indistinguibile dall’ecosocialismo (grazie a Jason Hickel). La decrescita starebbe riproducendo una mentalità di crescita per il fatto che usa aggettivi come “fiorente”, “prospera” o “splendente” (Tim Jackson e Kate Raworth sono da biasimare qui). La decrescita – sempre secondo Spash – sarebbe annacquata dalla sua affiliazione con la post-crescita (Jackson), l’economia della ciambella (Raworth) e lo stato stazionario (Tim Parrique, Dan O’Neill), approcci non abbastanza critici nei confronti del capitalismo e favorevoli alla crescita, seppur entro certi limiti. Nonostante la dura crosta della ciambella – o meglio, il limite – di questi approcci, Spash teme anche che la decrescita neghi l’esistenza di limiti, avvicinandosi ai negazionisti del cambiamento climatico (grazie nientemeno che al sottoscritto).

Ora, anch’io ho la mia lunga lista di idee che avrei voluto che la decrescita non avesse abbandonato  (l’antiutilitarismo, l’economia del dono e soprattutto la “spesa improduttiva”dépense in francese) che si sono spostate come abbiamo fatto noi verso questioni urgenti di politica, strategia e “cosa fare”. Ma vi risparmierò le mie lamentele per un articolo futuro. Il punto che voglio sottolineare è che la decrescita non è mai andata “storta”, perché non c’è mai stato un momento in cui fosse “giusta”.

Fin dall’inizio, quando io, insieme al gruppo di Barcellona, ​​mi sono imbattuto nella decrescita, alla prima conferenza di Parigi nel 2008, la decrescita è stata un pot-pourri, nel senso positivo del termine. Idee diverse, tradizioni epistemologiche e teoriche e predisposizioni politiche erano accomunate da un minimo comune denominatore: la critica all’imperativo della crescita infinita e la convinzione che esista un’alternativa. Quale fosse esattamente il problema della crescita, quale fosse l’alternativa e come potesse realizzarsi, era tutt’altro che concordato: se ne discuteva animatamente, e lo si fa tuttora. Ed è proprio questo che mi ha attratto di questa comunità: una forte convinzione, affiancata da un’apertura non dogmatica.

I nostri predecessori contraddittori

È facile oggi idealizzare il passato, come fa Spash, e sostenere che un tempo esistesse una versione pura della decrescita, che poi si sarebbe corrotta. Questo non è semplicemente vero. Spash indica in Georgescu-Roegen, André Gorz o Serge Latouche i fondamentali riferimenti  della decrescita, dai quali le generazioni successive si sarebbero allontanate. Molti dei problemi che Spash oggi riscontra nella decrescita, tuttavia, possono essere ricondotti a contraddizioni interne al pensiero di questi stessi pensatori.

Spash critica Hickel, Jackson o Raworth per aver “dipinto di verde” la crescita, affermando che la crescita può essere positiva fino a un certo punto, ad esempio quando allevia la povertà. Ma Georgescu non sosteneva forse anche lui che “le nazioni sottosviluppate devono essere aiutate a raggiungere il più rapidamente possibile una vita buona (non lussuosa)”, un processo che, come sostengono Hickel e altri, produrrà crescita, anche se non si pone come obiettivo la crescita? Georgescu si spinse ancora oltre proponendo delle considerazioni generali sul “senso della vita umana…. breve, ma intensa, emozionante e stravagante, piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa” – dove per emozionante intendeva la vita del capitalismo fossile, mentre immaginava come noiosa la vita in un futuro di decrescita agraria a energia solare. Infine Spash deve dissentire anche da Georgescu quando, da economista qual era, collegava il valore al “flusso ancora misterioso del godimento della vita”, ovvero all’utilità.

Riguardo poi ad André Gorz, per quanto sia considerato un critico della tecnologia, tuttavia egli ha esaltato il potere dell’industria e della tecnologia moderne per il loro potere di liberare il tempo: per Gorz, convivialità significava infatti avere tempo libero a disposizione; mentre, ad esempio, un altro precursore della decrescita, Ivan Illich, si opponeva agli strumenti industriali a favore di  strumenti conviviali,cioè di strumenti (a bassa tecnologia) su cui gli esseri umani possono esercitare autonomamente il controllo.

Gorz fu effettivamente il primo a usare il termine decrescita  in un dibattito pubblico sul rapporto “I limiti della crescita”. Ma la visione di Gorz sui limiti era molto più sfumata di quella del Club di Roma e di quella di Spash. Nel suo lavoro “Ecologia politica: espertocrazia contro autolimitazione”, Gorz si oppose all’idea che i tecnocrati definissero, misurassero e imponessero i limiti. Gorz auspicava che i limiti non fossero imposti ma scelti tramite decisioni collettive e democratiche su ciò che è sufficiente.

Questa eredità parallela del pensiero sulla decrescita in merito ai limiti, che a differenza di quanto afferma Spash non ha nulla a che vedere con la “politica degli stili di vita”, è alla base del mio libro “Limiti”. Il mio avvertimento agli ambientalisti come me, che per formazione, istinto professionale e per ragioni di convenienza comunicativa inquadrano i limiti come un confine “là fuori”, è che questo alimenti lo spirito del capitalismo, fomentando la reazione opposta del desiderio di superare questi limiti – si pensi ai folli piani dei miliardari di colonizzare lo spazio.

Il cambiamento climatico è ovviamente reale, ma non c’è motivo di considerarlo un limite anziché ciò che è: un processo/risultato distruttivo. Il collasso climatico sta rovinando la vita dei più vulnerabili, precludendo il futuro ai giovani. Ogni decimale di aumento della temperatura conta: è un limite entro il quale dovremmo scegliere collettivamente di rimanere. Non mi interessa se il cambiamento climatico rappresenti “un limite alla crescita”, mi interessa se possiamo limitare la crescita prima che sia troppo tardi. E a differenza di Georgescu, credo che vivere entro dei limiti possa essere molto più emozionante e estravagante di una crescita senza limiti.

E che dire allora di Serge Latouche, il primo grande divulgatore accademico della decrescita, grazie al quale molti di noi l’hanno scoperta? A differenza dei sostenitori della decrescita contemporanei, Spash ci dice citando Pelizzoni, Latouche aveva una definizione realista/biofisica di decrescita come “arresto della crescita” e “riduzione del consumo di energia e delle risorse”. Ma non fu forse Latouche a definire la decrescita uno “slogan” missilistico, e un attacco ateo alla religione della crescita, piuttosto che una sua inversione di crescita? Non definì forse, in altre occasioni, la decrescita come una “società di abbondanza frugale” (attenzione: termine tipico della mentalità di crescita) o come una “matrice di alternative” in transizione verso una società autonoma e conviviale?

I primi critici tradizionali della decrescita, sostenevano che fosse “sbagliata” perché si basava su definizioni incoerenti. La nostra difesa si fondava proprio sulla forza di queste significazioni multiformi – in parte allineate, in parte in tensione – che abbiamo racchiuso in un vocabolario di voci di dizionario interconnesse, fedeli allo spirito di Latouche, per cui la decrescita non può essere ridotta a una volgare e materialista “riduzione di x”.

Orchestrare la natura selvaggia

La scrittura fluida di Latouche univa interpretazioni contraddittorie su limiti, tecnologia e sviluppo, e diversi punti di accesso alla decrescita venivano presentati in modo armonioso. Gorz, Illich e Georgescu venivano presentati come parte di un’unica famiglia intellettuale. Le critiche culturali post-sviluppo all’occidentalizzazione venivano accostate a quelle di pensatori anticolonialisti favorevoli allo sviluppo socialista sovrano. Le critiche antropologiche all’“invenzione dell’economia” venivano accompagnate da programmi economici di limitazione del reddito e riduzione dell’orario di lavoro.

Si potrebbe dire che Latouche sia un ecologo politico “imbroglione” per eccellenza: realista in un’occasione, costruttivista in un’altra, antropologo in un contesto, economista in un altro. Può mettere in discussione il modo in cui l’economia colonizza il nostro immaginario, ma quando Onofrio Romano lo critica per aver dimenticato le sue radici anti-utilitaristiche, Latouche liquida le riflessioni filosofiche di Romano come impraticabili e irrealizzabili. Latouche può criticare la ragione economicistica e poi rispondere ai giornalisti greci durante la crisi con un consiglio economico esplicito alla Grecia, invitandola a uscire dall’eurozona e ad adottare valute locali. Latouche critica gli accademici della decrescita per aver fatto “economia della contrazione”, ma fu lui il primo a definire la decrescita “un circolo virtuoso di contrazione silenziosa”. Potrà anche liquidare i modelli di decrescita come “studi sulla decrescita”, ma fu lui a proporre un programma politico di decrescita, lasciando chi, come noi, seguiva il suo lavoro attaccato da critici feroci e costretto a modellare e “dimostrare” che questo programma potesse funzionare.

Chiamo Latouche un imbroglione con bonaria ammirazione. È un modello che aspiro a emulare, seppur con un po’ più di modestia. La bellezza dei libri di Latouche, i migliori scritti sulla decrescita fino ad oggi, sta nel modo in cui catturano e orchestrano tutte le diverse idee e tradizioni che la decrescita è arrivata a incarnare, anticipando la comunità selvaggia e indomabile di persone provenienti da diverse discipline e con diversi punti di vista che si riunirono a Parigi nel 2008. Spash non c’era, ma Tim Jackson sì (insieme ad altri entusiasti dello stato stazionario come Peter Victor o l’allora dottorando Dan O’Neill), e andò su tutte le furie, come avrebbe poi raccontato in una nota a piè di pagina del suo libro, quando un francese lo interruppe dicendogli che non c’era posto per l’economia in una conferenza sulla decrescita. A suo merito, Tim rimase e fa parte di questa scomoda alleanza con persone che ritengono che il suo approccio sia sbagliato.

La comunità della decrescita è oggi una comunità eterogenea e plurale, con diverse posizioni epistemiche e politiche, che comprende tutti, dai sufficientisti e dai “riformatori immanenti” ai “pacifisti volontari”, dai socialisti modernisti agli anarchici pratici alternativi. Le femministe si sono unite con forza alla comunità poco dopo la conferenza di Lipsia (con la Feminist and Degrowth Alliance), mentre i sostenitori del disaccoppiamento antimperialisti hanno piantato la loro tenda all’ultima conferenza estiva di Oslo. Tutto va bene e secondo i piani – piani che in realtà non esistono.

Niente di sbagliato, continuate a camminare.

Il problema è che molti pensano che ci sia un problema, e il problema per loro è che la decrescita non sta andando nella direzione che preferiscono. Dovremmo proporre politiche che piacciano ai politici di sinistra e agli elettori di massa – no, aspetta, dovremmo stare fuori dalle stanze del potere ed essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dovremmo fondare un partito politico e cospirare su come prendere il potere – no, aspetta, dovremmo incitare a sabotare le infrastrutture dei combustibili fossili, occupare case e vivere in modo diverso nelle crepe. Dovremmo modellare come potrebbe svilupparsi uno scenario di decrescita e quali interventi politici potrebbero promuoverlo – no, aspetta, dovremmo decostruire il ragionamento economicistico e studiare etnograficamente le persone che già vivono in modo diverso.

E se, invece, ci rilassassimo tutti e apprezzassimo la pluralità di percorsi politici ed esplorativi aperti dalla decrescita? E se mettessimo da parte l’ego e vivessimo con i conflitti produttivi che la diversità genera? E se accettassimo che, come nel caso del nostro acerrimo nemico, la crescita, esisteranno anche diverse teorie sulla decrescita e diverse proposte politiche per realizzarla?

Non si tratta di un’iniziativa a favore del “tutto è lecito” o di una strategia “tutto quanto”, ma di un invito a lasciare che tutti i fiori sboccino: i più belli, i più adatti ai nostri tempi, quelli che articolano con maggiore creatività le differenze e forgiano alleanze, sopravvivranno. E se prendessimo a modello una rumorosa e litigiosa famiglia mediterranea che cena, litiga e non è d’accordo su tutto e su niente, prima di tornare a casa e amarsi (e odiarsi) a morte – ma rimanendo comunque una famiglia?

Non sottovaluto le critiche di Spash o di chiunque altro. Le critiche, se destinate a rimanere interne, sono benvenute a cena in famiglia. L’integrità di Spash e la sua posizione intransigente contro tutto ciò che sa di economia neoclassica o che riporta la crescita dalla porta di servizio sono indiscutibili. Le sue critiche sollevano interrogativi che mi tengono sveglio a pranzo, quando il mio corpo implora una siesta: esistono percorsi alternativi/post-sviluppo non basati sulla crescita per i paesi non industrializzati o meno industrializzati? La crescita è positiva fino a un certo punto o è sempre stata un progetto distruttivo e colonizzatore? Come possiamo comunicare la decrescita senza riprodurre i luoghi comuni della crescita, e come possiamo sovvertire tali luoghi comuni senza esserne cooptati? Cosa perdiamo o dimentichiamo quando cerchiamo di quantificare e modellare la decrescita, o quando parliamo di post-crescita o di ecosocialismo invece di decrescita? Dovremmo entrare nel Parlamento europeo o no?

È lo spirito della critica di Spash che contesto. C’è una strada facile, soprattutto per gli accademici e i progressisti di sinistra: andare a testa bassa con il nostro partito intransigente, liquidando tutti gli altri come traditori. All’estremo opposto, possiamo essere accomodanti e stringere alleanze di facciata con tutti, diventando irrilevanti e venendo inghiottiti. E poi c’è una via di mezzo, in cui intrecciamo con cura alleanze e programmi plurali e complessi con altri che la pensano come noi, ma non esattamente allo stesso modo, con i quali accettiamo di dissentire – ma con i quali sappiamo di essere in disaccordo molto meno che con tutti gli altri là fuori.

La comunità della decrescita ha scelto questa via di mezzo. E dovrebbe rimanervi salda.

 

Photo Credit: Bàrbara Castro Urío