Una riflessione di Mario Sassi, Nello De Padova e Raffaele Navarretta (soci del Movimento per la Decrescita Felice e dell’Associazione per la Decrescita). Si ringrazia per la traduzione Serena De Dominicis.
La rivista “La Décroissance”, voce del movimento decrescita francese, ha una rubrica fissa intitolata “Les écotartufes” (Gli eco-ipocriti) che svolge uno dei ruoli che il giornale si è dato, cioè “impegnarsi in un’autocritica permanente per evitare l’utilizzo distorto (del movimento ecologista, ndr) da parte delle élites e la sua diluizione […] nello sviluppo sostenibile”. Nel mese di luglio a questo ruolo è stato dedicato addirittura un numero monografico dal quale riportiamo la traduzione dei due editoriali di Pierre Thiesset e Vincent Cheynet.
Anche in Italia, dove abbiamo ben due associazioni ed una rivista che si richiamano esplicitamente alla decrescita, riteniamo che sia importante svolgere questa autocritica permanente e far venire alla luce questo pseudo ecologismo di sistema, a maggior ragione mentre cerchiamo il dialogo, il confronto, la convergenza, ecc. con le altre realtà ecologiste e sociali. Questo aiuterebbe a comprendere che, date le cause ultime e profonde della “policrisi” che stiamo vivendo, è necessario un insieme di azioni radicali, se si vuole essere efficaci e non correre il rischio di cadere in un ecologismo di facciata adatto ad essere cooptato o diluito dal sistema.
Elogio degli eco-ipocriti. Di Pierre Thiesset.
“Organizzare la difesa dell’ambiente, della qualità (quale?) della vita e il contenimento dell’espansione può essere un’opportunità per rafforzare il sistema scientifico e tecnocratico basato su verità distorta, regolamenti e computer. Forse questo garantirà la sopravvivenza della specie; in ogni caso, avverrà a costo di un peggioramento dell’inquinamento e della scomparsa dell’uguaglianza e della libertà, perché questa società sarà tanto autoritaria e coercitiva quanto oligarchica. Ogni movimento genera involontariamente il suo opposto; il pericolo interno che minaccia il movimento ecologista è il raffinamento e, di conseguenza, il rafforzamento dell’organizzazione.” Bernard Charbonneau, Le Totalitarisme industriel. L’échappée, 2019.
«Ormai la società che distrugge la natura la protegge», osservava Bernard Charbonneau nel 1973 sulle pagine de “La Gueule ouverte”. La stessa civiltà industriale la cui espansione si basa sul sovrasfruttamento della Terra ora gestisce la crisi ecologica che essa stessa ha creato, con ministri ad hoc, vertici internazionali, rapporti ufficiali sui limiti della crescita, creazione di riserve naturali e mobilitazione di esperti per organizzare l’austerità.
Come Sicco Mansholt, vicepresidente della Commissione europea responsabile dell’agricoltura che ha giocato un ruolo chiave nel declino del mondo contadino, nella trasformazione della campagna in una «periferia totale» e nel trionfo dell’agribusiness. Ovvero, la causa primaria della devastazione ambientale, come sottolineava Charbonneau. E ora lo stesso commissario Mansholt ha iniziato a criticare la crescita dopo aver visto i modelli computerizzati che i ricercatori del MIT hanno presentato all’industriale Aurelio Peccei e al suo Club di Roma. I computer erano inequivocabili: la crescita esponenziale «tende inevitabilmente al surriscaldamento seguito dal collasso». Non sto scherzando.
Anche Bernard Charbonneau ci metteva in guardia già mezzo secolo fa: la nebulosa ecologica deve impegnarsi in un’autocritica permanente per evitare una sua cooptazione da parte dell’élite e la sua diluizione in quello che diventerebbe uno sviluppo sostenibile. “Il lettore scoprirà che sono offensivo nel sparare alle mie truppe, o meglio al loro generale, in questo modo”, scriveva. Ma è una necessità. “Per progredire su una strada che sarà nebbiosa e ardua, il movimento ecologista dovrà esercitare una critica di sé e dei suoi pseudo alleati e per questa operazione di decontaminazione intellettuale e morale non mancheranno i materiali”.
Fuoco sul quartier generale!
Ecco di cosa parla la nostra rubrica sugli eco-ipocriti. Questa operazione di “decontaminazione” (dépollution) non piace a tutti. “Non apprezzate nessuno”, abbiamo già sentito. “Ma chi è al di sopra di ogni sospetto, forse voi?”. C’è un piccolo malinteso. L’autocritica del movimento ambientalista e di tutti i suoi pseudo-alleati, da sinistra a destra, inclusi tecnocrati, personaggi televisivi, intellettuali di stato, magnati della tecnologia e altri fanatici del progresso, non ha lo scopo di ergerci a autorità morali impeccabili, custodi della purezza ideologica. Ha lo scopo di stimolare lo scambio di idee.
Questo dibattito può essere acceso. La Décroissance (la rivista) lo sa bene, visto che viene regolarmente messa alla gogna dai suoi detrattori di ogni genere! Talvolta giustamente: “Le vostre idee sono tutte belle e valide, ma come possiamo metterle in pratica quando l’umanità è così dipendente dalla produzione intensiva e dai flussi globali di merci? Come potrebbe la nostra società urbanizzata fare improvvisamente a meno del suo enorme approvvigionamento energetico? Non avete nemmeno un piano planetario da proporre per attuare la decrescita per 8 miliardi di abitanti! Guardate, criticate il dominio della tecnologia digitale, ma se vi venissero tagliate la corrente elettrica e la connessione internet, come produrreste il vostro giornale con i vostri collaboratori sparsi in tutta la Francia e persino all’estero? E come lo distribuireste senza i trasporti iper-efficienti che consegnano i vostri giornali? Siete tutti degli ipocriti!”
L’ipocrisia è ovunque. Confrontarci con essa ci permette di sviluppare meglio il nostro pensiero, di affermare le nostre posizioni – che non cercano di compiacere nessuno. Il pensiero critico si affina con il confronto. Confrontandosi con opere che non rafforzano le nostre certezze. Controbattendo, se possibile con ironia e incisività. Quindi, cari eco-ipocriti, grazie, ci costringete a pensare!
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Nascondete questa decrescita che non posso sopportare; idee come queste feriscono le anime. Di Vincent Cheynet.
Quando fu pubblicata per la prima volta su La Décroissance, in nome della presunta necessità di una santa unione per la causa del pianeta, questa rubrica sugli “eco-ipocriti” suscitò grande ira, persino tra gli amici. Ciò non ci ha impedito di scherzare mentre osservavamo la fila degli impostori allungarsi man mano che sprofondavamo nella crisi ecologica. In questa infinita serie di personaggi si incontra ogni sorta di figura, alcune al limite dell’assurdo, per non dire della follia. Ad esempio, Mohammed Ben Sulayem, emiro di una monarchia petrolifera, che presiede la Federazione Internazionale dell’Automobile e, allo stesso tempo, viene acclamato come un grande ambientalista alla COP28. O Arnold Schwarzenegger, osannato dai mass media come fervente attivista ambientale, il cui passatempo preferito è investire tutto ciò che incontra sul suo cammino con il suo carro armato.
Fermiamoci qui, perché la lista di queste assurdità è tanto infinita quanto ridicola. Esperti, politici, giornalisti, celebrità dello spettacolo e tutti quanti ci martellano con George Bush che “la crescita è la soluzione, non il problema”. Per “crescita” dovremmo intendere qui in senso più ampio la società dei consumi e dello spettacolo, il produttivismo, l’ideologia dello sviluppo e dell’espansione illimitati, il liberismo, lo scientismo, il progressismo e così via. Perché tutto, assolutamente tutto, verrà fatto per evitare di riconoscere la verità più ovvia: crescita illimitata ed ecologia sono antagoniste. Questo non impedisce a tutte queste persone di dirci che salveremo la Terra investendo nell’innovazione tecnologica che renderà la crescita verde, pulita, inclusiva, benevola e capace di trascendere le leggi della biofisica. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è credere abbastanza fermamente nel progresso. Si invoca persino la scienza per difendere il pensiero magico: “La termodinamica non ci obbliga a rinunciare alla crescita”, mente ad esempio una rivista mensile. Solo eretici e blasfemi sostenitori della decrescita potrebbero dubitarne. Pertanto, la campagna dell’establishment politico-mediatico per dare la caccia alle fake news si accompagna alla frenesia di ribadire la madre di tutte le falsità: la crescita infinita è possibile. Il loro ritornello è ben noto: “Una crescita debole è una crescita sporca, mentre una crescita buona e forte è pulita e virtuosa perché permette di investire nel progresso dell’eco-innovazione”. E non solo questi “tecnolatri” sono onnipresenti, ma non esitano a presentarsi come isolati oppositori in un mondo unanimemente impegnato nella causa della decrescita! Sì, davvero, per questi eco-ipocriti tutto è possibile!
Il tempo degli analfabeti
Naturalmente, tutto ciò non mira che a mantenere lo status quo, ovvero a non mettere in discussione i privilegi di cui godono tutte queste persone. Zeloti del cambiamento, abbaiano non appena qualcuno pensa fuori dagli schemi. Poi ci sono quelli che dall’alto dei loro yacht o dalle passerelle delle sfilate di moda, come Leonardo Di Caprio o Marion Cotillard, ci esortano ad abbracciare la sobrietà. È comprensibile, quindi, che l’ambientalismo stia diventando insopportabile per il grande pubblico. E poi ci sono tutti quegli accademici che nei loro saggi ci implorano di dissolverci nel “Grande tutto indifferenziato”, Madre Terra, mentre allo stesso tempo esaltano la tecnologia più sfrenata.
Un altro tipo di eco-ipocrita, tanto più formidabile e insidioso per la sua finta solidarietà, è la categoria degli amministratori delle catastrofi pronti a orchestrare una decrescita puramente tecnocratica. A differenza della nostra, questa versione di decrescita è balzata subito alla ribalta, e non è un caso. Cavalca l’onda del movimento accademico dei degrowth studies, e anche di una figura di spicco come Jean-Marc Jancovici. Il laureato del Politecnico la descrive molto bene: «Sì, ci siamo già (nella decrescita). Quindi il dibattito filosofico sulla decrescita è alle nostre spalle (ride). Ora la vera domanda è: come ci organizziamo in questo mondo?». Perché questa decrescita è una decrescita svuotata del suo significato, del suo carattere filosofico e sovversivo. Di fatto, per il tecnocrate la questione della libertà non esiste; l’unica che conta per lui è l’efficienza. Aspira solo a raggiungere il grado più alto possibile nell’esercito di eco-burocrati pagati per gestire la scarsità. Questa decrescita perversa vede quindi la tecnologia digitale – e il suo potenziale di controllo delle popolazioni – come il suo miglior alleato. “La terra si sta ricoprendo di una nuova razza di uomini, istruiti e analfabeti, che padroneggiano i computer e non capiscono nulla delle anime, dimenticando persino ciò che una tale parola ha potuto significare in passato“, osservava lo scrittore Christian Bobin. Questa categoria di eco-ipocriti, che si sta moltiplicando, ne è l’espressione. Sono le anime morte della tecnocrazia il cui unico scopo è garantire che i treni arrivino in orario. Poco importa loro se, per salvare il mondo, questo debba essere trasformato in una prigione. Ci costringono a dire e ripetere qual è l’obiettivo della nostra decrescita: la libertà, compresa la libertà di criticare, senza la quale “non c’è vera lode”. Una citazione, non di Molière questa volta, ma di Beaumarchais.






