Esplorando il movimento della decrescita: un’indagine su concettualizzazioni, strategie e tattiche

Di Mario Sassi e Pietro Cenciarelli (del Gruppo di Roma).

E’ stato da poco pubblicato sulla rivista Energy Research & Social Science un articolo di Nick Fitzpatrick, Dennis Eversberg e Matthias Schmelzer, Exploring the degrowth movement: A survey of conceptualisations, strategies, and tactics, che analizza e discute le risposte ad un questionario sottoposto ad attivisti e studiosi del movimento della decrescita durante la nona Conferenza Internazionale della Decrescita (Zagabria, agosto 2023) nonché ad autori di articoli scientifici sulla decrescita scritti fra il 2005 e il 2023, per un totale di 399 partecipanti al sondaggio.

Lo studio conduce in primo luogo un’analisi descrittiva dei temi su cui si riscontra maggior consenso e di quelli invece più controversi. Fra i primi troviamo l’idea che la redistribuzione sarà il risultato di una lotta, che le azioni personali siano politiche, che gli esseri umani non siano egoisti per natura, che la natura non dovrebbe essere mercificata, che il debito e lo sviluppo debbano essere messi in discussione, che il collasso della società sia evitabile, che le risorse debbano essere razionate e che il profitto sia una forma di violenza. Questi risultati fanno luce su molto di quanto i sostenitori della decrescita propongono in opposizione al pensiero economico ortodosso e dominante. Fra i temi controversi troviamo il ruolo e forme della democrazia, il denaro, le strategie per la decrescita..

Vengono applicati poi strumenti di analisi statistica per individuare gli aspetti più complessi in cui si articola il discorso della decrescita. In particolare viene condotta una analisi della correlazione statistica fra variabili diverse (ovvero quanto le risposte a quesiti diversi risultino statisticamente correlate) ed una analisi delle componenti principali (PCA), che individua le questioni più controverse, quelle che caratterizzano dunque visioni differenti della decrescita; questo aiuta a delineare i vari orientamenti ideologici all’interno del movimento. Sono stati identificati quattro fattori principali:

  1. Systemic orthodoxy (ricerca di soluzioni all’interno del pensiero economico mainstream) vs. degrowth heterodoxy (ricerca di soluzioni alternative al di fuori delle istituzioni tradizionali).
  2. Cynical structuralism (collasso sociale come più probabile esito a fronte della resilienza delle strutture esistenti) vs. transformative agentialism (capacità collettiva di cooperare per trasformare la realtà).
  3. Active revolutionism (rottura delle strutture istituzionali e lotta di classe) vs. passive reformism (compromesso con e riformismo delle strutture esistenti).
  4. Bottom-up liberation (decrescita come scelta consensuale collettiva) vs. top-down planning (decrescita pianificata dall’alto).

Può essere interessante notare che tre di queste componenti coincidono con (pur non essendo completamente sovrapponibili ad)  altrettante questioni chiave individuate in un altro recente articolo, A comparative review of de- and post-growth modeling studies, pubblicato sulla stessa rivista da Arthur Lauer et al.. Gli autori conducono qui un’analisi sistematica di 75 studi di modellazione di Decrescita (DC) e Post-crescita (PC). Fra le 5 variabili individuate in questo studio troviamo:

  1. La compatibilità di DC e PC con il sistema capitalistico. La letteratura (anche se non unanimemente) considera DC come essenzialmente anti-capitalista e PG più orientata ad un capitalismo riformato. (Punto 1. in Fitzpatrick et al.).
  2. La propensione a considerare DC e PC come processi pianificati volontariamente (in una prospettiva di economia trasformativa) o come subiti, perché imposti dal degrado ambientale (“Degrowth by disaster”, prospettiva prevalente fra gli economisti mainstream). La teoria della decrescita spesso enfatizza l’aspetto della pianificazione volontaria. (Punto 2. in Fitzpatrick et al.).
  3. Quali siano gli attori chiave per realizzare il cambiamento di rotta: transizione dal basso decentralizzata oppure guidata dall’alto attraverso le strutture dello stato.  (Punto 4. in Fitzpatrick et al.).

Il terzo strumento statistico adottato da Fitzpatrick et al. è l’analisi dei cluster, attraverso la quale vengono individuati quattro gruppi “demografici” di aderenti alla decrescita, ciascuno con una certa coerenza interna di visioni ed orientamenti strategici. Questi possono essere visti come altrettante “correnti politiche” alle quali gli autori hanno assegnato i nomi di: anarchismo antagonista, utopismo sistemico, pragmatismo ambientale e limitarismo ecologico. La descrizione di questi orientamenti è inclusa fra i brani estratti (vedi sotto).

La discussione conclusiva dell’articolo (non riportata però di seguito fra gli estratti) esplicita alcune questioni fondamentali che il movimento per la decrescita dovrà affrontare. Se da una parte gli autori insistono sulla necessità di “tracciare confini concettuali su ciò che è compatibile con la decrescita e ciò che non lo è” (come ad esempio le strategie ispirate all’ortodossia economica mainstream), dall’altra si chiedono: quali meccanismi potrebbero favorire una coesione strategica senza compromettere i principi fondamentali del movimento, a fronte di una così ampia gamma di ideologie politiche? E ancora: “il capitalismo può essere superato attraverso leggi e politiche? Se sì, perché non è ancora successo? Se no, quali altre tattiche sono disponibili?”

Troviamo interessante questo lavoro perché conferma quanto il mondo della decrescita si sia in questi anni sviluppato e, in alcune sue articolazioni, anche differenziato rispetto alle posizioni iniziali “à la Latouche” – fenomeno molto evidente tra gli accademici internazionali ma anche tra gli attivisti italiani, come si è visto anche prima, durante e dopo l’incontro di novembre 2024 “le vie della decrescita” ( i contributi di relatrici e relatori, insieme ad alcuni commenti, sono disponibili in questo forum).

 

Qui di seguito la traduzione dell’abstract, di alcuni brani e delle conclusioni; qui invece l’Abstract Grafico da cui è tratta l’immagine iniziale.

ABSTRACT

La decrescita – il ridimensionamento della produzione e del consumo per ridurre l’impronta ecologica, pianificata democraticamente in modo equo e che garantisce il benessere (cfr. Tim Parrique) – sta emergendo come una strategia alternativa per la trasformazione socio-ecologica. Mentre la ricerca sulla decrescita come concetto scientifico è fiorente, ci sono pochi studi che esplorano le strategie e le tattiche che possono essere necessarie ai movimenti sociali per ottenere una trasformazione socio-ecologica. 

Per stimolare questo dialogo, conduciamo un’indagine e un’analisi statistica di studiosi-attivisti della decrescita riguardo alle concettualizzazioni divergenti della decrescita, agli orientamenti strategici e alle preferenze tattiche utilizzando la correlazione, la componente principale e l’analisi dei cluster (n = 399). 

I risultati rivelano come le diverse interpretazioni della decrescita si allineino con gli orientamenti strategici e il sostegno all’attuazione di varie tattiche di azione diretta. I nostri risultati indicano il potenziale per il movimento della decrescita di sviluppare una strategia di resistenza non armata che combini la resistenza nonviolenta con azioni anti-proprietà. 

Per esplorare la diversità all’interno del movimento della decrescita, identifichiamo quattro correnti: anarchismo antagonista, utopismo sistemico, pragmatismo ambientale e limitarismo ecologico

L’articolo si conclude riflettendo sulla visione preanalitica della decrescita, sulle implicazioni strategiche del pluralismo e su come questi orientamenti strategici e preferenze tattiche potrebbero combaciare.

VALORI E TATTICHE

Le risposte alle affermazioni salienti evidenziano diversi punti in comune e contestazioni nella comprensione della decrescita e degli orientamenti strategici da parte delle persone (Fig. 2). In primo luogo, ci sono molti punti in comune nella visione preanalitica della decrescita [59, p. 41]. Ciò include maggioranze qualificate che concordano sul fatto che i ricchi non ridistribuiranno volontariamente le risorse (88%), che dare un prezzo alla natura non è il modo migliore per proteggerla (76%), il personale è politico (74%), gli esseri umani non sono  egoisti (74%), i paesi del Sud del mondo non hanno bisogno di far crescere le loro economie prima di concentrarsi sulla sostenibilità (71%), il collasso è evitabile (65%) e i prestiti non devono essere rimborsati (62 %). La maggioranza concorda sul fatto che il razionamento è necessario (59%), il profitto è violento (59%), le risorse non sono abbondanti (56%), il potere statale è necessario (54%), le spese militari devono essere abolite (52%), il pluralismo non equivale ad accettare tutte le visioni del mondo (50%) e il potere non è un gioco a somma zero (50%). Inoltre, la maggioranza relativa ha convenuto che i responsabili politici non sono attori chiave per la sostenibilità (48 %).

Figura 2. Posizioni degli intervistati su come concettualizzare la decrescita e strategia ispirate da [50] (n = 399).
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Le questioni controverse includono se il volo per affari e per piacere debba essere vietato (38% d’accordo contro 33% in disaccordo), se esista una relazione inversa tra democrazia e scala (37% d’accordo contro 28% in disaccordo), se il riformismo distragga dalle alternative trasformative (32% d’accordo contro 29% in disaccordo) e se l’autonomia dipenda dal denaro (30% d’accordo contro 35% in disaccordo). La stretta divisione sui divieti di volo può riflettere una formulazione inadeguata delle domande che non riesce a distinguere tra viaggi di piacere volontari e voli d’affari istituzionalmente obbligatori, come notato da diversi intervistati. Inoltre, alcuni risultati parlano della complessità o dell’incertezza indicata da “non so” che rappresenta oltre il 10% delle risposte su argomenti come l’interesse, la violenza, la scolarizzazione, gli psichedelici, l’autolimitazione collettiva e la democrazia rappresentativa. Pertanto, questi risultati devono essere interpretati con cura.

Gli atteggiamenti verso le varie tattiche di azione diretta erano generalmente coerenti (Fig. 3). In primo luogo, vi sono state maggioranze qualificate a sostegno di una serie di tattiche che cercano di riaccendere la partecipazione democratica attraverso il diritto legale di riunirsi e protestare, nonché attraverso azioni che disobbediscono alle autorità, tra cui i movimenti sociali (93%), gli scioperi dei lavoratori (88%), la resistenza permanente (84%), l’assistere e l’assistere (84%), il boicottaggio (81%), la delegittimazione (79%) e le manifestazioni (73%). In secondo luogo, c’è stato il sostegno della maggioranza per l’ombrello delle azioni anti-proprietà, che includono occupazioni (78%), blocchi (72%), hacktivismo (67%), violazione di domicilio (63%) e sabotaggio (53%). Tuttavia, le persone sono rimaste in conflitto riguardo alla distruzione delle proprietà (35% d’accordo contro 39% in disaccordo) e negli scioperi della fame (30% d’accordo contro 38% in disaccordo), ma in generale si sono opposte alle rapine in banca (61% in disaccordo), alle rivolte di massa e ai saccheggi (59% in disaccordo). In terzo luogo, il gruppo di tattiche insurrezionali è stato respinto all’unanimità. Solo una manciata di persone era favorevole all’azione paramilitare (4%), agli attentati dinamitardi (3%), al terrorismo (3%), all’assassinio e al rapimento (2%). Infine, va notato che questa sezione ha suscitato molte risposte lunghe nella casella dei commenti alla fine del sondaggio. Qui, le persone esprimevano atteggiamenti sfumati nei confronti dell’azione diretta; disgusto o elogio per l’inventario preselezionato di tattiche di azione diretta; sostegno condizionato al sabotaggio e alla distruzione della proprietà se non metteva in pericolo la vita umana; e riflessioni sul modo migliore per smantellare il privilegio e il potere accumulati.

Figura 3. Posizioni degli intervistati sull’attuazione di varie tattiche di azione diretta basate su [53] (n = 399).
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In sintesi, i risultati descrittivi ritraggono il movimento della decrescita come una comunità di studiosi-attivisti che consiste principalmente di europei altamente istruiti accademicamente con alti livelli di interdisciplinarietà e multilinguismo. Gli intervistati mostrano alti livelli di impegno organizzativo, ma faticano a tradurre le conoscenze in azioni riguardanti la dieta e la mobilità. C’è un ampio consenso sulla visione della decrescita basata sulla cooperazione, il femminismo, la redistribuzione, così come la demercificazione, la smilitarizzazione e la decolonizzazione. Ma permangono tensioni strategiche intorno al ruolo e alle forme della democrazia, del denaro e dello Stato per raggiungere la decrescita. Nonostante le differenze ideologiche, le tattiche di azione diretta non sono la principale fonte di tensione all’interno del movimento. Invece, le maggioranze tendono a favorire una strategia sfumata di resistenza non armata che sfida nozioni come il lavoro salariato, i mercati monetari e la proprietà privata.

Analisi dei cluster

Mentre le APC identificano le tensioni all’interno del movimento della decrescita, rimangono domande su come queste posizioni interagiscano per formare diversi orientamenti strategici e preferenze tattiche. In questa sottosezione, descriviamo quattro correnti di sostenitori della decrescita in ordine crescente della percentuale di partecipanti in ciascun cluster utilizzando esempi illustrativi tratti dalla demografia sociale, dalle pratiche personali e dalle preferenze tattiche. Per una descrizione dettagliata, vedere l‘Allegato 1.

Cluster 1: Anarchismo antagonista

Il Cluster 1 comprende 83 intervistati (21%) che si oppongono a tutte le forme di autorità e gerarchie a favore di principi come la libera associazione, l’aiuto reciproco e l’autogestione. Pur condividendo con il gruppo 2 lo scetticismo nei confronti della redistribuzione volontaria (96%), la convinzione che il personale sia politico (93%), l’opposizione alla mercificazione della natura (96%) e l’ottimismo che il collasso possa essere evitato (69%), questo gruppo diverge notevolmente per quanto riguarda i meccanismi di cambiamento sociale. Ciò include la messa in discussione del ruolo dello Stato nella risoluzione delle questioni sociali ed ecologiche perché i responsabili politici non sono visti come attori chiave del cambiamento (86%), inoltre molti affermano la necessità di abolire le spese militari (82%) e gli interessi (67%), oltre a mettere in discussione l’idea che la decrescita possa essere raggiunta attraverso la democrazia rappresentativa (70%). Altre affermazioni che trovano un sostegno superiore alla media sono che l’autonomia non è subordinata al denaro (64%), che la società è distratta dalla violenza sistemica (61%), che il riformismo distrae dalla realizzazione di alternative trasformative (59%), che il potere è un gioco a somma zero (53%) e che esiste una relazione inversa tra scala e democrazia (51%). […]

Cluster 2: Utopismo sistemico

Il Cluster 2 comprende 93 intervistati (23%) che sono ottimisti riguardo al raggiungimento della trasformazione socio-ecologica attraverso le politiche pubbliche e la lotta di classe. Gli intervistati ritengono all’unanimità che i ricchi non ridistribuiranno volontariamente la ricchezza (97%), che la conservazione dell’ambiente non può essere raggiunta attraverso i mercati monetari (94%), che la vita personale è politica (90%) e che i prestiti non devono necessariamente essere rimborsati (89%). Inoltre, vi è una forte inclinazione ad assumere il potere statale per risolvere problemi sociali ed ecologici (78%) perché l’autolimitazione collettiva è considerata insufficiente (68%) e i responsabili politici sono attori chiave del cambiamento (53%). Tuttavia, questa visione differisce dalle concezioni capitalistiche dello stato per l’esibizione di valori di cooperazione, demercificazione e redistribuzione. È interessante notare che l’affermazione secondo cui praticare il pluralismo non significa accettare tutte le visioni del mondo è fortemente affermata (72%). Questa posizione persiste nonostante le tensioni che circondano l’abbondanza o la scarsità di risorse, il rapporto tra democrazia e scala e il fatto che il riformismo distragga dalla realizzazione di alternative trasformative. […]

Cluster 3: Pragmatismo ambientale

Il cluster 3 è composto da 106 intervistati (27%) che sostengono una comprensione pragmatica dell’ambientalismo che trasferisce il linguaggio dell’economia all’ecologia. Il terreno comune con i cluster 1 e 2 è limitato, ma include la convinzione che la redistribuzione volontaria da parte dell’élite al potere sia improbabile (75%), che i paesi a basso reddito non dovrebbero dover scegliere tra crescita e ambiente (59%) e che le società possono evitare il collasso (58%). Esistono somiglianze maggiori con il cluster 4, tra cui lo scetticismo nei confronti dell’uso di sostanze psichedeliche (64%), la percezione della scarsità di risorse (62%) e l’opposizione allo smantellamento delle scuole (62%). Inoltre, vi è accordo con i gruppi 1 e 3 sulla necessità di assumere il potere statale (61%), il che si collega alla convinzione che l’intervento pubblico sia più efficace dell’autolimitazione collettiva (48%). È interessante notare che il gruppo si differenzia dagli altri per la sua opposizione maggioritaria al divieto di volare per affari e per piacere (57%). I disaccordi interni riguardano la natura sfruttatrice e violenta del profitto (38% in disaccordo contro il 28% d’accordo) e l’idea che la natura possa essere preservata attraverso meccanismi di mercato (40% in disaccordo contro 36% d’accordo). […]

Cluster 4: Limitarismo ecologico

Il cluster 4 è composto da 116 intervistati (29%) che preferiscono una riforma normativa per risolvere l’entità dei conflitti di distribuzione ecologica. Pur condividendo con i gruppi 1 e 2 un terreno comune per quanto riguarda lo scetticismo nei confronti della redistribuzione volontaria (87%), la difesa della demercificazione della natura (80%) e il riconoscimento della natura cooperativa degli esseri umani (78%), questo gruppo diverge su diversi punti chiave. Notevoli divergenze dalla media del campione riguardano il razionamento delle risorse per raggiungere la sostenibilità (78%), che derivano dalla visione delle risorse come intrinsecamente scarse (76%), nonché l’opposizione all’uso di sostanze psichedeliche per migliorare la relazione con la natura (76%). Ciò corrisponde a un sostegno superiore alla media per vietare il volo per affari e per piacere (55%) e a un rifiuto dell’idea che lo smantellamento delle scuole possa democratizzare l’istruzione (54%). […]

Conclusioni

Lo scopo di questo articolo era quello di valutare gli atteggiamenti divergenti all’interno del movimento della decrescita nei confronti della strategia e della tattica. Per fare questo, abbiamo condotto un’indagine e un’analisi statistica su attivisti e autori della decrescita. L’analisi non solo aggiorna i risultati precedenti sullo “spettro della decrescita” [50] fornendo nuovi dati, ma si concentra anche esplicitamente su uno degli aspetti più poco studiati ma importanti del campo, vale a dire le strategie e le tattiche. Inoltre, l’analisi offre riflessioni pratiche sull’inventario di Sovacool e Dunlap [53] delle tattiche di azione diretta per la trasformazione socio-ecologica, fornendo intuizioni empiriche su quali tattiche i sostenitori della decrescita considerano efficaci per affrontare le istituzioni che perpetuano la distruzione ecologica e sociale nonostante ne conoscano le conseguenze.

L’indagine alla base di questo studio ha raccolto 399 risposte da 54 paesi e 73 discipline. La successiva analisi statistica ha identificato quattro aree all’interno del movimento della decrescita: Anarchismo antagonista, Utopismo sistemico, Pragmatismo ambientale e Limitarismo ecologico. Ha anche identificato diverse dimensioni sottostanti alle risposte dei partecipanti che illuminano le tensioni concettuali e strategiche all’interno del movimento della decrescita: ortodossia sistemica contro eterodossia della decrescita, agentialismo trasformativo contro strutturalismo cinico e rivoluzionarismo attivo contro riformismo passivo. Mentre i cluster differivano notevolmente nelle loro concettualizzazioni della decrescita, queste differenze ideologiche avevano poca influenza su come le persone percepivano le tattiche di azione diretta. Nel complesso, gli intervistati hanno espresso un forte sostegno alla resistenza nonviolenta e alle azioni anti-proprietà, combinate con un forte rifiuto delle tattiche che mettono in pericolo la vita.

Mentre l’interesse per la ricerca sulla decrescita continua a crescere, riflettiamo criticamente sugli elementi da considerare quando ci si organizza per la decrescita. Ciò ha portato a tre riflessioni sui principi, il pluralismo e le politiche della decrescita. In primo luogo, la visione preanalitica della decrescita è diventata più coerente nell’ultimo decennio, anche se permane la tensione su come spiegarla al meglio. Questo si collega alla nostra seconda scoperta che il pluralismo scientifico ha implicazioni strategiche per il raggiungimento di politiche pluriversali. E in terzo luogo, i nostri risultati giustificano ulteriori indagini per considerare se una strategia di resistenza non armata sia appropriata per il movimento della decrescita.

Un ultimo pensiero tra politica e cultura. Questo sondaggio ha valutato gli atteggiamenti nei confronti della strategia e delle tattiche, ma è rimasto in gran parte in silenzio sul cambiamento culturale. Si è trattato di una scelta consapevole ma controversa. Ad esempio, discutere di cosa succede quando gli scienziati diventano attivisti è un argomento controverso che altri hanno iniziato a discutere [70]. Mentre alcuni credono che la scienza e gli scienziati possano essere neutrali, altri credono che la professione implichi la responsabilità per i ricercatori di diventare attivisti. Tale prospettiva si estende oltre il comodo dominio dell’educazione nello scomodo dominio dell’attivismo in cui le persone agiscono in modi che sono coerenti con i loro valori ecologici e sociali. Il che dimostra ancora una volta la necessità di ulteriori indagini sul ruolo legittimo che le tattiche di azione diretta come il sabotaggio possono svolgere se le istituzioni esistenti continuano a non riuscire ad affrontare strutturalmente le questioni ecologiche e sociali.

Abbiamo aperto questo articolo osservando come la decrescita sia emersa come un percorso alternativo di trasformazione socio-ecologica. Concludiamo sostenendo che l’adozione di una strategia di resistenza non armata potrebbe consentire al movimento della decrescita di agire in conformità con i suoi valori sociali ed ecologici. Alla luce degli attuali eventi politici, non c’è dubbio che la realizzazione del potenziale trasformativo della decrescita richieda una profonda comprensione della mobilitazione, della strategia e dell’organizzazione per affrontare i poteri costituiti per avere qualche possibilità di realizzare relazioni economiche, politiche e sociali eque.