Di Jason Hickel; apparso su Degrowth.info il 24/11/2025; traduzione di Antonella Bortolato
Cos’è la decrescita? Nel 2024, De Gruyter ha pubblicato l’Handbook of Degrowth, una ricca raccolta di saggi curata da Lauren Eastwood e Kai Heron che mette in luce l’ampia gamma di prospettive all’interno e sull’argomento. In un post sui social media, riflettendo sulla sua esperienza nella creazione del libro, Heron ha scritto quanto segue:
“Soprattutto, ho imparato che la decrescita non è un’unica tradizione di pensiero o di pratica unificata. I punti di vista anarchici, marxisti, liberali, indigeni e non occidentali sono tutti compatibili in una certa misura con le ‘proposte’ della decrescita. Anzi, oserei dire che non esiste una politica della decrescita. La decrescita è un insieme di proposizioni su ciò che è necessario per garantire un mondo in cui prosperino gli esseri umani e non umani, da cui non deriva necessariamente una particolare prospettiva o pratica politica. La decrescita diventa quindi uno spazio di contestazione politica in sé.”
Credo che Heron abbia ragione in questa valutazione. Questo potrebbe risultare scomodo per coloro che, all’interno del movimento della decrescita, vorrebbero vederlo sostanzialmente in linea con le proprie posizioni politiche, ma è una realtà – e non dovrebbe sorprendere i sostenitori di una posizione esplicitamente definita “pluriversale”.
La contesa politica interna al movimento della decrescita è stata messa in luce in un recente articolo di Anitra Nelson, Vincent Liegey e Terry Leahy. Essi si definiscono anarchici/orizzontalisti, posizione che contrappongono a quella ecosocialista che ho descritto in una recente intervista per The Break-Down Journal e che essi respingono.
Quando Liegey e Nelson pubblicarono il loro libro “Esplorando la decrescita”, mi chiesero di scriverne la prefazione. Accettai, manifestando così il mio sostegno al loro lavoro, pur se le mie posizioni politiche sono diverse. Credo sia utile dare spazio a visioni diverse. Rimasi sorpreso dalla loro scelta di assumere una posizione più antagonista, ma suppongo fosse inevitabile che le spaccature interne al movimento della decrescita venissero alla luce.
Questo illustra in parte ciò che intendevo quando ho affermato che è scorretto definire la decrescita un movimento. Non intendevo essere offensivo, né esagerare. Nella misura in cui la decrescita motiva molte persone e influenza il dibattito pubblico, sì, possiamo definirla un movimento. Ma non si tratta di un movimento politico coerente, come osserva Heron. Laddove assume la forma di un movimento politico, è per lo più un’idea all’interno di movimenti organizzati attorno a diversi altri programmi politici.
Ancora più importante, la decrescita non è un movimento in grado di attuare le ampie trasformazioni sociali ed economiche che auspica. Credo che dobbiamo essere onesti riguardo a questa realtà e pianificare di conseguenza.
La decrescita è entrata a far parte dell’immaginario collettivo in gran parte perché offre soluzioni concrete alla crisi ecologica. Chi comprende che questa crisi non può essere risolta all’interno di un sistema capitalistico incentrato su profitti e crescita è alla ricerca di risposte. Naturalmente, alcune persone sono attratte dalla decrescita anche per altri motivi – per altri aspetti del pluriverso – ma il principale canale di accesso alla decrescita proviene dal movimento ambientalista.
La decrescita offre soluzioni pratiche su questo fronte, come ho evidenziato nell’intervista di Break-Down. Sappiamo che dobbiamo ridurre la produzione non necessaria per diminuire l’eccesso di energia e di materiali, consentendoci così di raggiungere una decarbonizzazione sufficientemente rapida e di invertire altre pressioni ecologiche, riorganizzando al contempo la produzione per soddisfare i bisogni umani. La ricerca sulla decrescita dimostra che, adottando questo approccio, possiamo raggiungere la stabilità ecologica migliorando al contempo i risultati sociali. Questa è una buona notizia.
Questa prospettiva non coglie la totalità e la diversità delle visioni della decrescita, né intende farlo (e non è mia responsabilità rappresentare tale diversità nella mia comunicazione pubblica – non è un onere che mi si possa ragionevolmente chiedere di sopportare). Ma sebbene i sostenitori della decrescita possano essere in disaccordo su molte cose, c’è un ampio consenso su questi obiettivi fondamentali. Si tratta di passi urgenti e necessari se vogliamo raggiungere un pianeta abitabile, ponendo fine alla miseria e alle privazioni di cui soffrono attualmente così tante persone.
Ma questo ci porta alla questione cruciale del come. Qual è la strategia? Per lungo tempo, la tendenza predominante all’interno del movimento della decrescita è stata qualcosa di simile all’orientamento anarchico/orizzontalista che Nelson et al. descrivono come la loro preferenza, incentrato sulla creazione di alternative “prefigurative” locali negli interstizi del sistema esistente, o optando per vivere in comunità di semplicità volontaria, sperimentando assemblee e altre forme di democrazia diretta. Nelson et al. citano le ZAD come esempio concreto (il che, tra l’altro, illustra anche il mio punto: le ZAD non sono un “movimento di decrescita”, anche se possono adottare idee di decrescita).
Non ho nulla contro questo approccio. Ho partecipato anch’io a molti movimenti orizzontalisti- prefigurativi. Ma è altrettanto chiaro che non è affatto adeguato alla realtà materiale che ci troviamo ad affrontare.
La realtà è che il capitale controlla la finanza e i mezzi di produzione, e organizza il lavoro e le risorse – su scala mondiale – attorno a ciò che è più redditizio per il capitale stesso. Il capitale non ridurrà la produzione di combustibili fossili, il complesso militare-industriale o qualsiasi altra industria altamente redditizia, per quanto dannosa possa essere per le persone e per il pianeta. E il capitale non investirà nella produzione di ciò di cui abbiamo bisogno (alloggi a prezzi accessibili, trasporti pubblici, agroecologia) se non è redditizio farlo.
Possiamo creare assemblee, comunità intenzionali e ZAD (Zero Area Development), magari anche intraprendendo una produzione locale su piccola scala (come hanno fatto diversi gruppi). Ma questo non cambierà il controllo capitalistico sull’economia in generale e non impedirà al capitale di alimentare distruzione e privazione. Se crediamo seriamente che la decrescita sia necessaria per garantire un pianeta abitabile e il benessere dell’umanità, dobbiamo essere in grado di affrontare questa realtà. Ciò non significa che non si debba perseguire la prefigurazione, ma solo che non è sufficiente.
L’unica via da seguire è rimuovere la classe capitalista dal potere e instaurare un controllo democratico sulla finanza e sulla produzione, allineandole a una nuova legge del valore incentrata sui bisogni umani e sull’ecologia. Se la nostra strategia politica non è in grado di raggiungere questo obiettivo in modo credibile, ne serve una nuova.
Quali tipi di movimenti politici potrebbero raccogliere questa sfida? Questa è una delle domande che stiamo esplorando nel nostro progetto del Consiglio europeo della ricerca (REAL) con Julia Steinberger e Giorgos Kallis, perché crediamo che debba essere affrontata in modo empiricamente informato, senza basarsi su risposte ideologicamente predeterminate.
La mia opinione – che si fonda su questa ricerca, sebbene alcuni miei colleghi possano giungere a conclusioni diverse – è che una strategia politica efficace richieda la costruzione di partiti di massa (non partiti borghesi, ma partiti di massa, con forti legami con le comunità e i movimenti di base) in grado di integrare lotte eterogenee, vincere le elezioni, conquistare il potere e attuare un ecosocialismo democratico (che ho cercato di definire qui, integrando le idee della decrescita). Per avere successo, tali partiti devono essere in grado di attrarre un ampio strato delle classi lavoratrici – ben oltre i sostenitori della decrescita, il movimento ambientalista e la sinistra attivista – proponendo politiche concrete in grado di affrontare le insicurezze materiali quotidiane di cui soffrono così tante persone.
Questo non significa che i lavoratori siano gli unici potenziali agenti di trasformazione, ma certamente qualsiasi movimento che non riesca a dare potere e mobilitare le formazioni della classe lavoratrice avrà capacità limitate.
Per coloro che rifiutano un simile approccio perché desiderano evitare il potere statale a tutti i costi, spetta a loro proporre una strategia alternativa valida per sottrarre alla classe capitalista il controllo dei mezzi di produzione e del potere politico. Un “movimento all’interno di movimenti” suona bene (chi non lo sosterrebbe?), ma è anche estremamente vago, e inoltre dobbiamo interrogarci sul perché questo approccio non abbia finora avuto successo.
Di fronte a questo dilemma, alcuni sostenitori della decrescita si rifugiano nell’attesa di una sorta di collasso sociale, sperando di ricostruire un mondo migliore dalle macerie. Ma questa non è una strategia, è disfattismo. Ed è illusorio sperare che, in assenza di una potente organizzazione di sinistra, un simile scenario possa magicamente giocare a nostro vantaggio e non a vantaggio del capitale.
Non condivido la rigida distinzione “anarchico contro socialista” promossa da Nelson e altri. Si tratta di una falsa dicotomia. L’anarchismo è un’ideologia politica socialista che mira a realizzare il socialismo (in altre parole, in senso lato, il controllo dei lavoratori sulla produzione). All’interno del socialismo, ciò che distingue principalmente l’ala anarchica è il rifiuto del controllo statale centralizzato dell’economia e della pianificazione dall’alto verso il basso, a favore del controllo democratico da parte dei lavoratori. Ma la strategia che ho delineato sopra è compatibile con questi valori.
In primo luogo, un partito di massa non è un partito d’avanguardia; può e deve avere un’ampia rappresentanza popolare e solidi meccanismi democratici interni. In secondo luogo, un’economia ecosocialista può e deve essere gestita democraticamente e allineata a obiettivi ratificati democraticamente. Ecco i possibili pilastri di un’economia di questo tipo:
- il settore finanziario e altri settori strategici dovrebbero essere sotto il controllo pubblico, e gli investimenti e la produzione dovrebbero essere allineati a obiettivi e bisogni socio-ecologici ratificati democraticamente.
- L’economia di base – i beni essenziali per il benessere umano – dovrebbe essere demercificata attraverso servizi pubblici universali, che possono essere determinati democraticamente, decentralizzati al livello appropriato e gestiti democraticamente.
- Dovrebbe essere istituito un sistema di garanzia del lavoro pubblico per consentire alle persone di partecipare a lavori socialmente ed ecologicamente necessari, che dovrebbe essere determinato democraticamente, decentralizzato al livello appropriato e gestito democraticamente.
- Le unità produttive al di fuori dei settori strategici e dell’economia di base dovrebbero essere di proprietà e gestite democraticamente dai lavoratori e/o dalle comunità, come opportuno.
Questa è una visione che abbraccia i valori del controllo democratico/dei lavoratori e può costituire la base di un’alleanza funzionale con l’ala anarchica. Questo è ciò che intendo per socialismo democratico. Sì, questo programma prevede l’intervento dello Stato, almeno durante un necessario periodo di transizione, ma non c’è nulla di intrinsecamente negativo nello Stato. Lo Stato è un nemico quando è controllato dalla classe capitalista o dalle élite compradores. Controllato democraticamente, nell’ambito di un progetto ecosocialista, può essere uno strumento fondamentale per superare il potere del capitale.
Infine, vorrei fare una precisazione sulla decrescita e lo sviluppo. Nelson et al. affermano che la mia posizione è “lontana dalle analisi del disaccoppiamento del Sud globale”. Questa affermazione denota o una conoscenza parziale della mia posizione o una comprensione parziale del disaccoppiamento.
Sono giunto alla decrescita da un background nella politica antimperialista. Il mio primo e più importante impegno è rivolto alle lotte di liberazione del Sud, come definite ad esempio da Amilcar Cabral. La mia ricerca si concentra principalmente su imperialismo, globalizzazione e scambi ineguali nell’economia mondiale. Il mio obiettivo è contribuire a creare strategie che i paesi del Sud globale possano utilizzare per sfuggire a questi meccanismi e riappropriarsi del controllo sulle proprie capacità produttive e traiettorie di sviluppo: in altre parole, il disaccoppiamento, come descritto dall’economista egiziano Samir Amin.
Samir Amin, che ho avuto l’onore di incontrare al Forum Sociale Mondiale di Tunisi, era un socialista, come la maggior parte delle figure di spicco della lotta di liberazione del Sud della sua epoca. Ha definito il disaccoppiamento come il processo attraverso il quale le economie del Sud del mondo possono ridurre la loro dipendenza dal capitale imperiale, aumentare la sovranità economica e organizzare la produzione attorno ai bisogni umani e allo sviluppo nazionale, includendo – come altri hanno aggiunto – il processo di pianificazione ecologica. Questa è la visione che continua ad animare il disaccoppiamento.
A questo proposito, la tradizione del post-sviluppo, cresciuta di pari passo con la decrescita, presenta una discontinuità fondamentale con il disaccoppiamento, pur condividendo alcuni valori e obiettivi. I sostenitori del disaccoppiamento hanno criticato il post-sviluppo per non aver proposto percorsi realistici verso la sovranità economica e la soddisfazione dei bisogni umani, sottolineando che ciò richiede lo sviluppo, guidato dallo Stato, di una base industriale sovrana, delle infrastrutture necessarie per garantire standard di vita dignitosi per tutti (alloggi, servizi igienico-sanitari, assistenza sanitaria, mobilità, ecc.) e la capacità di scoraggiare o resistere agli attacchi imperialisti.
Riconoscere ciò non significa abbracciare visioni “produttiviste” o “crescita-economiche” del socialismo nel Sud del mondo. Al contrario, uno sviluppo di questo tipo è pienamente compatibile con i limiti planetari. Richiede un processo di riorganizzazione della produzione (al di fuori delle posizioni subordinate all’interno delle catene globali delle materie prime dominate dalle imprese del Nord) e un incremento di alcune forme di produzione laddove necessario, il che potrebbe comportare un processo di crescita – un aumento della produzione aggregata – sebbene la crescita in quanto tale non sarebbe l’obiettivo e certamente non sarebbe illimitata.
Questo mi porta a un punto importante. Molti sostenitori della decrescita sono convinti che i pensatori socialisti, sviluppisti e della teoria della dipendenza del Sud del mondo del XX secolo fossero crescisti e che, pertanto, debbano essere rifiutati. Ma non è così. Alcuni forse avevano orientamenti produttivisti, ma molte figure chiave, tra cui Franz Fanon, Thomas Sankara, Julius Nyerere, Celso Furtado, Marta Harnecker e Leopold Senghor, erano critiche nei confronti del crescitivismo, rifiutavano i paradigmi economici occidentali, auspicavano uno sviluppo incentrato sui bisogni umani e sull’ecologia e comprendevano il valore della semplicità come strategia per l’autosufficienza e l’indipendenza economica.
In altre parole, non è necessario rifiutare il socialismo per abbracciare questi valori. Essi sono già presenti nei socialismi del Sud del mondo. Il socialismo del Sud è già pluriversale.
Anzi, una delle caratteristiche più potenti del socialismo come sistema economico è che – a differenza del capitalismo – non richiede una crescita costante per rimanere stabile e soddisfare i bisogni umani. È questo che crea lo spazio per le possibilità pluriversali che sono state elaborate sotto l’ombrello del socialismo. Sì, alcuni progetti socialisti hanno perseguito la crescita come obiettivo (insieme ad altri scopi), ma si trattava di una scelta politica, non di un requisito strutturale. Di fatto, in alcuni casi le società socialiste del XX secolo sono riuscite a gestire lunghi periodi di declino della produzione – sotto brutali sanzioni e blocchi occidentali – migliorando al contempo i risultati sociali.
Condivido la tradizione del socialismo e del disaccoppiamento articolata da Cabral e Amin. Questa è la via per superare l’imperialismo, raggiungere la sovranità economica e soddisfare i bisogni umani entro i limiti del pianeta.
In effetti, un processo di disaccoppiamento nella periferia accelererà ulteriormente la transizione verso la decrescita nel nucleo imperiale. Nella misura in cui l’accumulazione di capitale e la crescita nel suo nucleo dipendono dall’appropriazione dalla periferia, il disaccoppiamento – e lo smantellamento dell’assetto imperiale – provocherà una crisi che intensificherà il conflitto di classe interno, galvanizzerà la politica rivoluzionaria e acuirà la necessità di una transizione al socialismo, in modo che i bisogni umani possano essere soddisfatti con livelli di produzione inferiori. Queste pressioni sono già in atto.
Il vecchio mondo sta morendo e il nuovo lotta per nascere. Il compito storico-mondiale che la nostra generazione si trova ad affrontare ora è quello di costruire un potere politico in grado di realizzare la trasformazione di cui abbiamo bisogno.
Informazioni sull’autore
Jason Hickel è professore presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie Ambientali (ICTA-UAB) di Barcellona. È autore di “Less is More: How Degrowth Can Save the World” e “The Divide: A Brief Guide to Global Inequality and its Solutions”.
P.S. Qui un suo articolo sullo “scollegamento” (delinking)
Photo Credit: Wikimedia Commons




